LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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LA CHIESA ABBAZIALE SANTA MARIA DELLA LUCE A MATTINATA (FG)

Autore: Antonio Latino
Commentare: 31.01.2010 22:30

Presentazione di Antonio Latino al volume di Luigi Gatta, edito da Luigi Basso




Luigi Gatta ha voluto riservare a chi scrive il compito di presentare ufficialmente la sua più recente fatica editoriale dedicata alla Chiesa Abbaziale di Santa Maria della Luce in Mattinata.
L’onore accordatomi mi ha da subito entusiasmato per tutta una serie di motivi che in breve riassumo.

In primo luogo la lunga amicizia con Luigi dai tempi in cui lui, giovane dirigente della GIAC, gioventù maschile di Azione Cattolica, insegnava a me ed ad altri bambini a giocare a calcio balilla nella sede di via Tor di Lupo. Qualche anno dopo lo ritrovai nella sede scout ASCI di via Amicarelli, dove fu anche tra gli animatori dell’Associazione culturale Martin Luter King.
A partire dal suo rientro a Mattinata dalla Lombardia, sul finire degli anni settanta, condivisi con lui la passione per la ricerca storica relativa al nostro territorio che nel frattempo avevamo cominciato a coltivare e insieme collaborammo a quel cenacolo di studiosi montanari che si riuniva intorno alla rivista Garganostudi: un’esperienza unica ed irripetibile che ebbe, tra gli altri in Michele d’Arienzo un infaticabile animatore.

Ho seguito passo dopo passo le vicende editoriali che lo hanno proposto all’attenzione di una platea culturale sovra comunale, rileggendo insieme a lui le bozze che di volta in volta sottoponeva alla mia attenzione, non disdegnando mai consigli, suggerimenti, appunti di notizie da me annotate, tanto che in occasione della pubblicazione del primo tomo della sua storia di Mattinata volle che gli scrivessi due racconti riportati in appendice.
Ricordo che mi disse: voglio che tu scriva per me due storie mattinatesi come quelle che il dottor Francesco de Vita (cicciotte) scrisse per don Salvatore Prencipe in Mattinata la nuova Matinum.

Ai due volumi pubblicati dall’editore Claudio Grenzi, oggi se ne aggiunge quest’altro, a completare degnamente una sorta di trilogia logica.
Si, perché non si può trattare la storia di Mattinata prescindendo da questa Chiesa, dalla nostra Chiesa di Santa Maria della Luce.

Sorvolando volutamente dalle vicende più remote (la protostoria della necropoli di Monte Saraceno, il sito di Matinum di età tardo romana, il periodo della occupazione ottomana), arriviamo molto velocemente agli albori dell’anno Mille con la nascita e l’espansione economica e territoriale della potente Abazia benedettina della SS. Trinità di Monte Sacro.

Si deve proprio ai monaci della nostra Abazia la fondazione di alcune strutture organizzative, le grangie o grangìe, atte alla buona gestione delle ingenti proprietà terriere secondo i dettami della Regola del Santo fondatore Benedetto da Norcia.

Basti citare a titolo di esempio la grossa grangia di Casale della Trinità, diventata l’odierna Trinitapoli, nel XII secolo proprietà della nostra Abazia.
Nel territorio mattinatese due furono le fondazioni similari in due punti strategici per il controllo del territorio: la grangia di Mattinatella (dove ancor oggi è in buono stato di conservazione una masseria fortificata con annessa chiesetta) e la ecclesiam Sanctae Mariae de Matinata cum omnibus ad eam perinentibus, come si evince da una bolla papale Religiosam Vitam di Adriano IV del 1158.

Proprio questa antica cappella rurale, dall’alto della Coppa della Madonna, per secoli ha costituito un vero e proprio faro spirituale, grazie alla presenza discontinua di eremiti che si avvicendavano nella cura delle modeste fabbriche, e strategico per la difesa della popolazione dimorante nella piana mattinatese dalle scorrerie piratesche grazie ai rintocchi della campanella posta nella torretta sulla cuspide del tetto.

Proprio a partire dalla celletta, simile al primo insediamento di Monte Sacro tuttora esistente, quello del citato documento del 1158, Luigi, con una serie di disegni, ipotizza le varie fasi dell’evoluzione della chiesa oggetto dell’opera, per arrivare a quello visibile in una foto dei primi del ‘900 riprodotto nella foto di copertina dalle fattezze di un caseggiato rurale, fino all’attuale fisionomia della Chiesa della Madonna della Luce che si deve alla ricostruzione della facciata nel 1908 sotto l’amministrazione del parroco don Giuseppantonio Azzarone.

Fino alla fine del XVIII secolo la nostra Chiesa, come ben si nota nella mappa del Pacichelli, restò isolata, arroccata sull’altura prospiciente la piana ed il mare. Solo nei primi anni dell’800 iniziò in fenomeno dell’accentramento urbano della nascente borgata, come già documentato da Luigi nel primo tomo dell’opera "Mattinata, frazione di Monte Sant’Angelo tra ‘800 e ‘900" pubblicato nel 1996 dal’editore Grenzi.

Sul lato sinistro, per chi guarda, della facciata della chiesa, era ubicato il primitivo cimitero, cui si accedeva attraverso l’arco di Pirro Garganico, quello ancora esistente, in cui i torrieri più in vista seppellivano i propri morti, prima della edificazione del nuovo cimitero a seguito della legislazione napoleonica di Re Gioacchino Murat che sancì come le inumazioni dovessero avvenire extra moenia, al di fuori delle cinte urbane e non all’interno di luoghi di culto.
Nel corso di lavori di sistemazione del cortiletto della vecchia sagrestia, effettuati negli anni ’30 sotto l’amministrazione del parroco don Salvatore Prencipe, vennero esumate le ossa di questi primi abitanti del borgo e furono sistemate in una fossa comune nel mezzo della navata centrale della chiesa, chiusa da una pietra marmorea su cui di legge ancora EXULTABUNT DOMINO OSSA HUMILIATA.

Ecco per quali motivi nella chiesa, quindi su questa modesta tomba in cui riposano i nostri penati, possiamo a ragione affermare che poggiano le fondamenta della nostra comunità cittadina.
Chiesa nella quale ognuno di noi, credente e non credente, trova inevitabilmente le proprie radici storiche e antropologiche.
In questa Chiesa siamo stati battezzati, abbiamo celebrato i nostri matrimoni, abbiamo dato l’estremo saluto ai nostri cari.
Ecco perché non possiamo non sentirla come nostra!

Intervenendo in una recente polemica sulla possibilità di vendere vecchi edifici di culto non più utilizzati, l’architetto ticinese Mario Botta, uno dei più grandi architetti contemporanei, progettista di chiese e cattedrali, afferma che una Chiesa non è mai un complesso casuale perché è sempre depositaria di una memoria storica: anche la più vecchia ed abbandonata canonica di campagna può avere il suo valore.

Ad avvalorare questa tesi l’intervento di Monsignor Thimoty Verdon, storico dell’arte e consultore della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa che ribadisce come per i Cristiani la vera chiesa non sono le cattedrali o le basiliche, ma è la comunità dei credenti in Cristo: per questo motivo i Cristiani devono essere consapevoli che una chiesa può essere trasformata, ma con grande prudenza, perché si tratta sempre di luoghi che hanno segnato la vita di generazioni di credenti con battesimi, matrimoni, funerali.
Accennavo ai mutamenti della fisionomia architettonica nel corso di un millennio ben descritta dall’autore. Solo per restare alle trasformazioni degli ultimi cento anni, che ha visto in primo luogo la sostituzione della facciata dalla primitiva grangia nell’odierna in stile neoclassico, molto simile a quella di Santa Maria al Priorato in Roma opera dell’architetto Giovan Battista Piranesi, è indispensabile ancora una volta rimarcare come quell’opera fu resa possibile grazie al contributo fattivo, factis non verbis, dei primi emigranti mattinatesi.

Parafrasando Padre Davide Maria Turoldo che ricordava spesso che sui frontoni di molte chiese cristiane la parola Dio è scritta col sangue e le guerre, possiamo a ragione affermare, non solo metaforicamente, che il frontone della Chiesa della Madonna della Luce è scritto con la fatica e il sudore degli operai mattinatesi oltreoceano.

Mio nonno Lorenzo fu tra quegli emigranti e Luigi ha voluto riportare un documento dell’epoca che lo attesta e che custodisco gelosamente.
La millenaria nostra chiesa fu una delle tante cappelle esistenti nel nostro territorio: da quella monastica di Mattinatella sopra citata, al Convento Priorato pulsanese di Santo Stefano alla Sperlonga, dalle chiese padronali di San Matteo e dell’Incoronata, ancora aperte al culto, a quella diruta ma ancora visibile di Santa Maria della Concezione all’Intorce, fino a quelle ormai scomparse di Sant’Anastasio in località Sante Stèse, di San Martino di Porcarezza alla Craparizze e di Santa Maria di Bucecchia nell’omonimo sito, a San Nicola de Tiliata o dei Tigli, alla cappella di San Michele nel Castelluccio .
E proprio a questa chiesetta di Santa Maria della Luce, a partire dal XVII, spetterà il privilegio di fungere da polo accentratore del nascente borgo mattinatese.

Tra i motivi determinanti l’invidiabile posizione orografica ma soprattutto l’acquisizione al patrimonio ecclesiastico del prezioso dipinto di scuola napoletana, probabile dono della famiglia baronale dei Gambadoro, che determina nel 1663 la mutazione del titolo da Santa Maria in Santa Maria della Luce, proprio come l’ iscrizione incisa sulla corona della Vergine.
Nel 1675 troviamo il primo Abate Giacomo Puccinelli, nipote dell’Arcivescovo Sipontino Giacomo Maria Puccinelli. Nel 1735 è Abate don Michelangelo Giordano. Penultimo Abate nel 1856 sarà l’Arciprete don Giuseppantonio Azzarone. Nel 1950 l’Arcivescovo Sipontino Monsignor Andrea Cesarano ripristinerà il titolo di Abazia Mitrata e nominerà l’arciprete don Salvatore Prencipe Abate Mitrato.

Dalla morte di don Salvatore nel 1974 il titolo non è stato più attribuito: questa sera colgo l’occasione, ancora una volta per proporre una petizione popolare a Sua Eccellenza Arcivescovo Monsignor Michele Castoro perché investa il nostro attuale benemerito Arciprete don Francesco La Torre della dignità Abaziale.

Ma torniamo rapidamente agli albori della nostra Chiesa: il 4 novembre 1675 l’Arcivescovo Sipontino Cardinale Vincenzo Maria Orsini (solo qualche anno dopo eletto Papa Benedetto XIII giunge a Mattinata equitando e preceduto da una Croce per effettuare la prima Santa Visita, evento ripetuto il 9 ottobre 1677: come ancora si legge nella lapide collocata all’ingresso della chiesa sulla parete sinistra della navata centrale, ispeziona e benedice la Chiesa e gli ambienti ad essa annessi, loda il benefattore Scipione Giordano e per la prima volta pone il problema dell’istituzione della parrocchia.

Nel 1735 ha luogo la Santa Visita dell’Arcivescovo don Marco Antonio De Marco e finalmente dal 1800 vengono assegnati alla Chiesa dei rettori stabili quali Vicari Curati: il primo fu don Antonio Galletti, cui seguirono don Vincenzo de Martinis, don Giuseppe Notarangelo, don Pasquale Giudilli e per finire don Michelangelo del Nobile dal 1840 al 1847. Sotto l’amministrazione di quest’ultimo curato nel 1842 la chiesa cambia titolo da Santa Maria della Luce in Santa Maria del Popolo e si acquista nel 1844 una seconda campana su cui sono scolpite le immagini della Madonna della Luce e di San Michele, campana che andava ad affiancare la campana grande del 1605 donata a devozione del Popolo di Mattinata.

La questione dell’istituzione della parrocchia sarà sollevata ancora dall’Arcivescovo Monsignor Dentice nel 1818 e da Monsignor Salvemini nel 1834. Il 26 aprile 1835, solo a due anni di distanza dall’istituzione della Delegazione Municipale di Mattinata, il Sindaco di Monte Sant’Angelo Domenico Giordani si appellava al Decurionato perché deliberasse in tal senso. Bisognerà comunque aspettare il 1847 per accogliere a nella frazione mattinatese il primo parroco nella persona di don Gennaro Roberti, uomo colto (a lui si deve, dopo il suo ritorno nel capoluogo nel 1855 come primo Arciprete di Santa Maria del Carmine, la riscoperta della Tomba dI Rotari) noto anche per l’impegno profuso per la resa di tanti briganti nel territorio di Monte Sant’Angelo e Mattinata.

Nel 1856 gli subentra don Giuseppantonio Azzarone, uomo di forte tempra e risoluto coraggio, famoso per i suoi interessi culturali (a lui si devono le prime scoperte archeologiche nel territorio mattinatese), ma anche imprenditoriali con la costruzione del primo mulino a vapore e di un trabucco per la pesca ai piedi di Monte Saraceno. Ma don Giuseppantonio fu protagonista anche in campo politico capeggiando nel turbolento periodo post-unitario la fazione filoborbonica che intorno a lui si riuniva e che fomentava la reazione affidata alle bande di briganti delle quali la più famosa fu quella capitanata da Palumbo Luigi, detto il Principe all’interno della quale militarono molti mattinatesi, uomini e donne. Anche la parrocchia di Mattinata fu teatro di questi episodi per la rivalità politica che contrapponeva il parroco don Giuseppantonio al viceparroco don Luigi Basso, fedele ai Savoia e fratello del liberale montanaro e più volte Sindaco Filippo Basso, il quale dimorava nella tenuta di famiglia del Papone il cui frantoio fu più volte bruciato per motivi di vendetta. A don Giuseppantonio Azzarone si devono i più importanti interventi di trasformazione della chiesa, la missione parrocchiale del 1900 e la posa della Croce a metà del viale della Chiesa e l’istituzione della Confraternita – Congrega di Santa Maria della Luce. Restò alla guida della parrocchia per 53 anni.

Alla sua morte nel 1909 gli successe il vice parroco don Michele Prencipe fu Lorenzo, il quale tra le altre cose continuò l’opera di innovazione della Chiesa intrapresa dal suo predecessore. Fu nel contempo più volte Delegato Municipale e tra i fondatori del Circolo Matinum.

Nel 1931 a don Michele, nel frattempo deceduto, successe il suo vice parroco e nipote don Salvatore Prencipe, l’indimenticabile parroco per tutta una serie di motivi: dall’impegno profuso per l’abbellimento e il decoro della chiesa da lui amministrata, per l’associazionismo parrocchiale, dall’Azione Cattolica nei suoi vari rami, all’Apostolato della Preghiera, alle le ACLI, la fondazione della Biblioteca e della Scuola Materna parrocchiale e del Laboratorio femminile con l’arrivo delle Suore Discepole di Gesù Eucaristico. Si deve anche a lui l’impegno per la rivendicazione della Autonomia Comunale da Monte Sant’Angelo, finalmente conseguita il 4 agosto 1955.

Uomo di grande cultura, ci ha lasciato tra le altre cose una preziosa eredità grazie alle sue pubblicazioni a partire dal periodico La Voce del Pastore che per circa quaranta anni ha raggiunto e informato i mattinatesi sparsi nel mondo. Non in secondo piano le due Guide turistiche, primo tentativo di dare dignità turistica al nostro territorio e il Vocabolarietto dialettale. Di ben altro spessore la monografia dedicata all’Abazia Benedettina della SS. Trinità di Monte Sacro, e il volume Mattinata, la nuova Matinum, prezioso saggio storico-etnografico, tutte opere ormai introvabili se non nelle biblioteche di pochi bibliofili.

Gli ultimi anni di don Salvatore furono segnati dal dramma derivante dal furto sacrilego del quadro della Madonna della Luce perpetrato da ignoti nella notte del 29 marzo 1971, dolore portato nella tomba il giorno della sua morte avvenuta nell’ottobre 1974.

Sarebbe il caso che oggi, a distanza di tanti anni ci si attivasse per il ritrovamento del dipinto, segnalandolo ancora al Comando per la tutela del patrimonio culturale dell’Arma dei Carabinieri istituito a partire dal 2004 perché l’immagine della nostra Vergine della Luce venga inserita nell’apposita Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti. Il nostro quadro trafugato senz’altro su commissione potrebbe essere oggi dimenticato nella collezione privata di qualche amante dell’arte pittorica privo di scrupoli. E un miracolo in questo caso non sarebbe impossibile grazie alle nuove tecnologie informatiche ed investigative!



A don Salvatore è subentrato il suo viceparroco don Francesco La Torre, ancora felicemente in mezzo a noi. Tutti ricordiamo il giorno dell’ordinazione sacerdotale di questo giovane prete quel 30 luglio 1966 e in tanti gli siamo stati intorno nelle tante iniziative intraprese soprattutto nell’ambito dell’associazionismo giovanile. A lui si deve l’opera di ristrutturazione più recente e importante che, dopo qualche anno di forzata chiusura della chiesa con le funzioni liturgiche ospitate in questo Salone parrocchiale dal 1985, grazie all’intervento progettato e diretto dall’ingegner Franco Piemontese, che tra un po’ ci illustrerà, nel settembre 1990 permise che la chiesa fosse riaperta al culto e dedicata dall’Arcivescovo Monsignor Vincenzo D’Addario.
Sembra appena ieri, ma sono passati ben venti anni: la chiesa è stata arricchita da nuove statue, da artistiche vetrate e soprattutto da un importante Battistero, mentre è in progetto la costruzione della Sala della Riconciliazione.

Un ultimo doveroso pensiero al restante clero mattinatese da don Michele Prencipe fu Antonio, insegnante, a don Francesco Prencipe fu Lorenzo, cappellano Palatino della Basilica garganica, a don Raffaele Prencipe fu Michele, all’accolito don Michele Rinaldi, al padre vocazionista don Giuseppe Bisceglia (Marasdei), a don Agostino Rinaldi, poi parroco di Carpino, a don Peppino Prencipe, poi parroco di Macchia, a don Michele Ciccone, poi parroco di San Michele a Manfredonia, a don Carlo Sansone, già Arciprete di San Giovanni Rotondo, a don Giuseppe Bisceglia ora parroco della Madonna della Croce a Foggia, a don Michele de Salvia, missionario all’estero.
Ma anche ai sacerdoti che nell’ottocento dimorarono a Mattinata da don Vincenzo Lettieri, calabrese, cappellano della Villa La Cavola della famiglia Giordano, al quasi mattinatese don Nicola Mantuano, Deputato al Parlamento napoletano, Arcidiacono della Basilica garganica e proprietario dell’omonimo palazzo in Mattinata, a don Giuseppe Gelmini, seppellito tra l’altro a Mattinata.

Tanti i sacerdoti forestieri che si sono avvicendati come viceparroci nel corso degli anni, da don Gennaro Piccirillo, a don Nazareno Cacace, a don Matteo Capriati al più recente don Antonio di Maggio, ora parroco a Manfredonia, ai Padri missionari che da qualche anno coadiuvano, alternandosi, don Francesco nel ministero parrocchiale.

A partire dagli scritti di Ciro Angelillis, di don Salvatore Prencipe, di Matteo Giudilli, di Francesco Granatiero, negli ultimi anni stiamo assistendo ad una straordinaria fioritura di pubblicazioni, in diversi generi letterari, di autori mattinatesi o tali per adozione: Michele Tranasi, Angela Rossini e Giovanni Quitadamo, Michele De Filippo, Matteo Guerra, Pasquina Basso, Colomba d’Apolito e scusate se mi sfugge qualcuno.

Luigi Gatta, dopo gli esordi con l’editore Grenzi, con questa opera viene ad arricchire la scuderia di Luigi Basso insieme a Berardino Arena, autore della bella pubblicazione sul calcio mattinatese.
Per finire proprio al nostro comune editore Luigi Basso voglio dedicare un ultimo pensiero riconoscente: forse non tutti sanno che l’idea e la denominazione altisonante Luigi Basso Editore fu partorita dalla fervida mente di mio cugino Michele Bisceglia che, senz’altro con un pizzico di lungimiranza e presunzione, asseriva che il bravo e modesto Luigi avrebbe dovuto diventare il Laterza di Mattinata!

Oggi, a soli due anni di distanza dal Natale 2007, il suo catalogo editoriale vanta ben quattro pubblicazioni, niente male per un giovane artigiano con spiccate attitudini imprenditoriali.
Il mio augurio è che altri mattinatesi, soprattutto giovani, si cimentino nella ricerca storica e in altri ambiti letterari perché questa nostra piccola comunità cittadina ha bisogno di crescere, anche culturalmente.


©2010 Antonio Latino









































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