Commentare: 22.03.2008 21:04
Copertina del volume del Centro Studi Martella
“Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco Letterario San Michele Arcangelo-Gargano segreto” è il titolo del V volume dei luoghi della memoria del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (FG), edito dal Centro Grafico Francescano. Autori del libro sono Sergio Afferrante, Gioia Bertelli, Giovanni Boraccesi, Barbara Coletta, Enzo d’Amato, Michele d’Arienzo, Libera Iervolino, Lucia Lopriore, Tiziana Luisi, Francesco Granatiero, Gianfranco Piemontese, Michel’Antonio Piemontese, Grazia Silvestri, oltre alle curatrici del volume Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro Studi “Martella”, e Liana Bertoldi Lenoci, docente dell’Università di Trieste.
Pubblichiamo qui uno stralcio della presentazione al volume di Liana Bertoldi Lenoci.
Se è vero che una ricerca storica per potersi definire esaustiva – secondo uno schema giornalistico – dovrebbe essere sempre in grado di fornire risposte su chi, dove, quando e perché gli avvenimenti si siano verificati, le relazioni del volume sembra siano riuscite in questo intento.
La Chiesa, intesa come istituzione universale, si esprime a Peschici attraverso la devozione a Sant’Elia Profeta, cui la Chiesa Matrice è dedicata dal 1597 e che rappresenta l’estrinsecarsi secolare della fede dei peschiciani nel loro Patrono. Per questo motivo, il volume parte dal culto per Sant’Elia espresso dalla devozione popolare e da un’antica Chiesa Matrice. A questa area devozionale principale fanno, le chiese e i culti del borgo, il cui studio si amplia nell’elencazione di quegli edifici di culto extra moenia, testimonianze devozionali legate ad eventi straordinari verificatisi nell’ordinario quotidiano.
La relazione della prof.ssa LIBERA IERVOLINO “Il culto del Santo Patrono Elia”, ripercorrendo la storia del santo dalle sue origini lontane, evidenzia il perché della scelta di un patrono molto particolare.
Non siamo infatti in presenza di un santo imposto da una campagna missionaria di qualche grande ordine religioso, che convince i devoti della necessità ed utilità di porsi sotto la protezione di questo o quel patrono.
La tradizione agiografica attribuisce a Sant’Elia Profeta delle caratteristiche che la popolazione di Peschici ha sentito adattarsi particolarmente alla realtà di tutta la comunità. Una realtà agricola, pastorale e marinara fatta di pericoli e di fatica, poco redditizia, e che fa della vita un lungo sacrificio. Sant’Elia Profeta soccorre in frangenti particolarmente difficili: siccità, carestia, calamità naturali, così frequenti nel territorio: prima fra tutte, l’invasione delle cavallette.
Non va sottaciuto un altro aspetto importante: Sant’Elia Profeta fu anche il campione del monoteismo contro il politeismo, l’idolatria; lo strenuo e il granitico rappresentante di quel gruppo di fedeli che interpretavano la volontà divina correttamente, in grado cioè di offrire una protezione sia nell’area del sacro che nell’area del profano.
Scelto come protettore, la devozione lo onora con la costruzione di una Chiesa, la cui genesi storico-architettonica è ampiamente e puntualmente analizzata dalla relazione di MICHEL’ANTONIO PIEMONTESE, una relazione sostenuta anche da un ottimo apparato grafico. Il saggio ha per titolo “Architettura sacra e religiosità popolare a Peschici”.
L’autore ripercorre tutte le fasi della costruzione, spiegando le motivazioni di determinate scelte e risultati. In questo minuzioso percorso è compresa anche la torre campanaria. Visitando la Chiesa Matrice, la ricerca di Piemontese consente, a chiunque, di appropriarsi di una realtà architettonica altrimenti illeggibile.
Le relazioni della Iervolino e del Piemontese danno risposta, nella loro articolazione dinamica, alla domande riguardanti il Santo Patrono di Peschici e i luoghi nei quali strutturalmente si manifesta la sua devozione. Il luogo, ovviamente, non è solamente una chiesa ma è anche tutto l’apparato liturgico e ornamentale che la completa.
Ci troviamo di fronte a tipologie decorative molto diversificate nel tempo e negli stili. Accanto ad una statuaria lignea pregevole, risalente ai secoli passati e non ancora studiata approfonditamente, la devozione per Sant’Elia è attualmente documentata da un ricco apparato iconografico modernissimo, il cui primo impatto può essere dirompente.
L’artista-devoto, veneto-tedesco di origine e peschiciano di adozione, che ha abbellito e impreziosito la chiesa matrice, è Alfredo Bortoluzzi. La relazione di TIZIANA LUISI studia la “Via Crucis” e le numerose altre opere del Bortoluzzi che, ornando riccamente la Chiesa, ne rappresentano oggi l’elemento più interessante e caratterizzante. Gli episodi raffigurati, rappresentati esteticamente secondo i canoni della scuola di Paul Klee, del quale il Bortoluzzi fu allievo, dal punto di vista teologico-liturgico hanno avuto la guida competente dell’arciprete don Clemente, che ha sostenuto l’artista in questo delicato e specialissimo lavoro.
Ci sembrano particolarmente pregevoli le varie osmosi realizzate dal Bortoluzzi. Con la sua opera, egli dimostra come un artista e un devoto insieme possano convivere ed esprimere e manifestare la devozione. Un “come”, che il ricco apparato iconografico donato alla Chiesa Matrice sostiene e dimostra ampiamente.
Una devozione che la relazione di GIOVANNI BORACCESI quantifica, quasi, nello studio accurato dei preziosi argenti liturgici presenti nella Matrice e destinati a dimostrare la devozione sia nelle cerimonie quotidiane, interne alla chiesa, come nelle spettacolari ricorrenze processionali esterne alle quali partecipano quasi tutti gli abitanti della Montagna Sacra. Sfortunatamente, i pezzi non sono molti e sono relativamente recenti, ma sono pur tuttavia significativi della devozione al patrono.
Il particolare intervento della prof.ssa GIOIA BERTELLI su di una bella testimonianza lapidea, recuperata dalla sensibilità di don Clemente, e della quale si ignora la provenienza, supporta, ammesso ce ne sia bisogno, l’antichità della chiesa e la presenza in loco di maestranze raffinate.
Questo primo gruppo di relazioni, che illustrano i luoghi, il “dove” il culto per il santo Patrono Elia si sia svolto in passato e tuttora si svolge sia per quanto riguarda le manifestazioni devozionali pubbliche sia quelle private, risponde alla prima delle domande che una ricerca storica pone.
Le relazioni della seconda parte cercano di mettere a fuoco le modalità , il “come” le devozioni si manifestino. Ciò è reso possibile grazie ad alcuni preziosi documenti quali la visita dell’Orsini, del 1675, che indica con quali modalità devono comportarsi gli ecclesiastici e i laici secondo le direttive tridentine che, a due secoli dalla loro emanazione, sembra non fossero state ancora recepite. Il documento è oggetto dell’attento studio della prof.ssa GRAZIA SILVESTRI, “Vincenzo Maria Orsini. Metodologia di una visita pastorale (1675)”.
Non ci ripeteremo nel sottolineare l’importanza storica di questo tipo di documento, come dimostrato dal Turchini. La visita pastorale, infatti, dal secolo XVI in poi, rappresenta una delle fonti primarie di lettura e di indagine della realtà di una diocesi. Il documento analizzato dalla Silvestri è particolarmente importante per due motivi: riferisce la prima visita diocesana documentata ed è la prima visita dell’Orsini nella sua nuova diocesi. Il fatto che si tratti della prima visita del neo vescovo è molto importante per Peschici.
Il documento non è, infatti, un documento di routine, ma la puntuale descrizione di luoghi, persone e situazioni che il cardinale vede ed incontra per la prima volta e che egli ha bisogno di conoscere e comprendere in tutto e per tutto, onde poter svolgere al meglio, nel triennio successivo, la sua attività pastorale. La Silvestri, attraverso le testimonianze del documento, guida il lettore nel comprendere e valutare appieno la realtà parrocchiale dell’epoca, vista con gli occhi di un prelato dalla particolarissima statura qual era un Orsini, principe della Chiesa.
L’analisi della visita nella sua complessità risponde pienamente alla domanda su chi siano i protagonisti e gli autori di un discorso religioso e devozionale: in questo caso, un alto prelato investito del ruolo di mediatore fra i due poli che vanno dal divino e dal Santo Patrono all’umano rappresentato dai cittadini di Peschici.
Dei cittadini devoti di Peschici si occupano gli altri interventi che studiano i comportamenti singoli e collettivi.
Nella relazione di chi scrive, “Le confraternite di Peschici in età moderna e contemporanea: secc. XVII-XX”, si indaga sulla collaborazione solidaristica confraternale che ha espresso per secoli il bisogno di associazionismo dell’uomo per vincere le calamità che tormentavano le comunità, in particolare quelle Garganiche alle quali, secondo il complesso studio di TERESA MARIA RAUZINO non restava che pregare con una formula, sicuramente non ufficiale e desueta, ma che testimonia delle realtà sociali quasi inimmaginabili, e che così recitava: «a peste, fame et bello, libera nos Domine».
Una realtà che sarà analizzata sulla base di dati statistici qualitativamente e quantitivamente notevoli. Attorno a questa realtà, l’autrice intesse una miriade di percorsi che consentono di toccare con mano le realtà socio-economiche e i problemi quotidiani di una società che vive faticosamente rassegnata e a volte sembra perseguitata da una crudele e cieca mala sorte.
Non dobbiamo dimenticare che i secoli passati sono stati molto tristi. Solo la presenza di forme solidaristiche collettive, quali il Monte Frumentario, conforta i più deboli. Successivamente, in realtà politiche diverse, sorgerà anche un Monte Pecuniario, una struttura che può essere considerata l’anello di unione fra gli antichi Monti di Pietà gestiti dalle confraternite e quelle casse di prestanza agraria, poi casse rurali, che hanno caratterizzato l’economia agricola povera su tutto il territorio nazionale nella seconda metà dell’Ottocento.
Accanto a queste forme di solidarietà pubblica, esclusivamente laica, vi sono anche altri strumenti di sostegno in ambito spirituale e morale, espressi dalla solidarietà appunto delle due confraternite laicali di Peschici.
Nella loro complessità ed articolazione, questi documenti che illustrano la variegata composizione della comunità di Peschici, mostrano come essa fosse rispettosa delle direttive del vescovo, futuro papa, nella consapevolezza che la soluzione dei tanti problemi di ognuno e della comunità tutta non poteva essere delegata a nessuno e che solo l’organizzazione comunitaria poteva risolvere.
Ecco allora la solidarietà confraternale in vita e in morte, la solidarietà di gruppo nel recarsi in pellegrinaggio al santo guerriero o alla Madre di tutti: pellegrinaggi, devozioni, preghiere che tanto più saranno sentiti come esigenza devozionale primaria in quei secoli durante i quali sembrava che niente fosse risparmiato alle popolazioni garganiche.
Illustrano queste manifestazioni devozionali gli studi del prof. MICHELE D’ARIENZO e della signora LUCIA LOPRIORE. Sono ricerche importanti perché raccolgono le testimonianze non scritte e che il tempo cancella per sempre se non tempestivamente recuperate e trascritte.
Quest’ultimo gruppo di studi ha voluto tracciare un profilo dei protagonisti delle attività devozionali a Peschici e nel suo territorio, un ventaglio interessante che inizia con il vescovo per concludersi con il pellegrino penitente anonimo. Una campionatura di umanità che crede come può, come sa, come le è stato insegnato.
Lo sperone roccioso su cui sorge Peschici ha anche un agro sul quale sorge una importantissima testimonianza espressa dall’abbazia di Càlena, nata benedettina, passata attraverso tante gestioni, per finire fra i beni ecclesiastici venduti o acquisiti per usucapione tra la fine del secolo diciottesimo e gli inizi del diciannovesimo. Potremmo definire questa antica istituzione monastica l’elemento che maggiormente ha collegato Peschici e il suo territorio all’Italia e all’Europa.
Ciò perché i benedettini con la loro insostituibile regola ora et labora, che regolava i rapporti con il divino e imponeva di vivere nella realtà delle necessità quotidiane, furono presenti in tutti gli angoli dell’Europa. Tali capillari presenze formarono una catena insostituibile di devozione e di solidarietà.
L’abbazia di Càlena è uno degli anelli di questa secolare catena europea che unisce il Gargano al mondo. Purtroppo oggi il luogo, gestito da privati, è in uno stato di vergognoso, indecente degrado. Una vergogna che non è tanto e solo di chi nel suo squallore utilitaristico sta distruggendo questa importante pagina di storia garganica e di Peschici, ma è, soprattutto, di quegli enti preposti alla tutela dei beni architettonici della nazione e che risultano incapaci di garantire all’abbazia perfino la manutenzione ordinaria.
Le cinque relazioni che riguardano questo monumento possono essere considerate la terza sezione del volume. Gli studi iniziano con le fonti ostinatamente ricercate da ENZO D’AMATO e brevemente segnalate per costruire la secolare storia dell’abbazia fino al degrado odierno.
Situazione che si rafforza attraverso la documentazione attuale, studiata dalla RAUZINO, riguardante lo stato della ricerca storiografica sull’argomento e che giunge fino all’oggi. I convegni di denuncia e le campagne di stampa si sono ridotti a tante passerelle di personaggi vari in cerca di visibilità, che hanno fatto tante promesse seguite da… calma piatta! Per sottolineare la dolorosa e insultante assenza di tutela dell’abbazia di Santa Maria di Càlena, GIANFRANCO PIEMONTESE, partendo dai segni lasciati da lapicidi che lavorarono alla costruzione dell’abbazia, riporta l’attenzione sull’internazionalità delle maestranze e quindi, attraverso un diverso strumento di indagine, che non è la storia dei Benedettini, inserisce il monumento garganico nella storia europea.
L’architetto SERGIO AFFERRANTE propone una sua ipotesi di recupero, corretta, onesta e giustificata dalle esigenze dei nostri tempi, ipotesi che pur nella sua positività non è stata accettata.
Degrado distruttivo sì, recupero costruttivo no. Sembra un gioco perverso quello che si gioca su Càlena, gioco perverso costruito sulla spirale di interessi e collusioni ricattatorie. Poco si può dire sugli arredi della chiesa dell’abbazia, con la conseguenza che la relazione tecnica della dottoressa BARBARA COLETTA sulla statua lignea della Madonna con Bambino, che è stata restaurata recentemente, è preziosa e ha del miracolistico.
Vorremmo sapere dove la statua è conservata attualmente, visto che essa dovrebbe essere custodita presso il Municipio di Peschici secondo una vecchia direttiva della Soprintendenza regionale.
Questa ultima parte del volume dedicata alla antica abbazia di Càlena, pur se geograficamente “esterna” a Peschici, paese-rocca, è indubbiamente la più importante perché narra la storia di un luogo simbolo devozionale di una comunità multietnica, come sostiene la relazione conclusiva di FRANCESCO GRANATIERO che documenta la presenza di fonemi slavi nel dialetto di Peschici.
Niente di strano, lungo entrambe le coste del “corridoio” adriatico, basta ricordarsene. Gli uomini per paura, per guerra, per fame, per lavoro, per commerci si sono spostati, ieri come oggi, ed hanno portato con sé lingue, religioni, culture e abitudini.
Al tempo delle invasioni musulmane della Dalmazia, gli slavi erano arrivati a Peschici: oggi popoli lontani arrivano, da ogni dove, per gli stessi motivi. La solidarietà dei semplici, suggerita dalla carità e dalla devozione, li accoglie, oggi, come allora.
Il volume si conclude con una postfazione del compianto professor FILIPPO FIORENTINO, dal titolo “Devozione e memoria abitata nella trama vivente della storia”. Sul Gargano, fede e vita si sono sempre incontrate.
Nelle comunità marginali, la religiosità popolare trovava nei Santi Patroni – a Vico del Gargano San Valentino nel 1618; a Peschici, Sant’ Elia Profeta nel 1597 – la soluzione dei problemi quotidiani, lo schermo alle turbolenze esistenziali all’interno dell’informe mistero dell’esperienza, il referente miracoloso ufficiale contro la siccità e le infestanti emergenze delle stagioni a difesa delle culture ortive e dell’agrumicoltura, alla salvezza dall’invasione dalle cavallette a Peschici.
Nella festa, sacro e profano si fondono fra affrancamento dal male e secolarizzazione disincantata. Ancor prima dell’associazionismo confraternale, la religiosità popolare ha espresso anche testimonianze di assistenza legate alla Chiesa Madre di sant’ Elia Profeta, dove il Capitolo dà prova di concreta “socialitas” con l’istituzione, nel 1725, del Monte Frumentario che quattro volte l’anno – a Natale, a Pasqua, nella festa di San Michele a maggio e di Sant’Elia in agosto – sottraeva le famiglie più bisognose alla mendicità e all’iniqua e rapace usura.
©2008 Liana Bertoldi Lenoci
AA.VV. CENTRO STUDI MARTELLA, Chiesa e religiosità popolare a Peschici, Itinerari del Parco letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, pp. 400, ill. a colori, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia 2008, € 25,00.
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