LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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Milanesi del tacco. La gente di Puglia nel capoluogo lombardo

Autore: RAI
Commentare: 02.07.2011 17:55

Eccezzziunale veramente. Lo sapevate che Milano è la seconda città pugliese?








Numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo divenuti simboli della "milanesità", sono in realtà originari della Puglia. Da Lino Banfi a Celentano, da Abatantuono a Jannacci e Muti, gli aneddoti dei “vu cumprà” pugliesi degli anni ’50 che con il loro carattere hanno conquistato e si son fatti conquistare da Milano.
Coloro che sono arrivati da “terroni” nella città del nord e lì si sono fatti strada, raccontano aneddoti ed emozioni, dalle iniziali difficoltà alle successive soddisfazioni.

Le vite degli immigrati pugliesi, spesso innamorati della città che li ha adottati, formano una vera e propria identità collettiva. Milano ha infatti rappresentato per molti emigranti meridionali una possibilità di lavoro ma anche il miraggio della modernità. È quella stessa Milano piena di vetrine e di insegne luminose che Alain Delon guarda attraverso il vetro del tram nel film di Luchino Visconti, “Rocco e i suoi fratelli” del 1960, e che Enzo Jannacci racconta in una sua canzone autobiografica: «Le parole di quella canzonetta vengono fuori dal desiderio di raccontare quanto mio padre vedeva da piccolo, un ragazzino che dal tram guardava le grandi case e sognava…».

Il rapporto tra Milano e i pugliesi arriva da lontano, dalla fine dell’800 quando a causa di un litigio doganale con la Francia ai pugliesi viene negato il commercio del loro vino oltralpe e così iniziano ad aprire vinerie alla mescita a Milano che diventano subito molto popolari. Si tratta dei “trani”, osterie pugliesi che si sostituivano alle “piole” piemontesi e offrivano vino di Trani a buon mercato per i lavoratori. A quei tempi il vino era molto forte e per i contadini costitutiva un energetico fondamentale, tanto che veniva chiamato “la carne potabile”.

Piano piano il fenomeno migratorio diviene sempre più importante e nel 1931 si contano 40mila cittadini pugliesi, ovvero il 5% del totale. Nel secondo dopoguerra i trani si allargano a macchia d’olio e il termine entra di diritto perfino nel dialetto milanese. Da trani deriva a sua volta l’aggettivo “tranatt”, cioè frequentatore abituale di osterie. I trani sono un punto di riferimento importante dove si gioca a carte e a morra, e dove qualcuno inizia anche a fare qualche spettacolo, come Lino Banfi: «Andavo nei trani e iniziavo a canticchiare delle canzoni facendo finta di essere nero, con una calza in testa in cambio di un pasto e un bicchiere di vino. Capii da subito che il nostro linguaggio dialettale faceva ridere».

Il rapporto tra il milanese e il pugliese è quindi antico, rinforzato poi dai flussi migratori degli anni ’30 e del dopoguerra. Molti sono coloro che in quegli anni si trasferiscono in via Gluck (come la famiglia Celentano) e nei quartieri limitrofi alla Stazione centrale. Si tratta soprattutto degli ortofrutticoli che dalle Murge e dal Tavoliere emigrano verso il nord. Negli anni ‘50 e ‘60 il mito di Milano, alimentato da quelli che tornavano al paese i quali raccontavano di una città dove c’era possibilità di lavoro e soprattutto divertimento, colpiva soprattutto i giovani, affascinati dalla prospettiva di una vita diversa, migliore.

Agli inizi per i pugliesi l’ambientamento sociale è molto difficile anche perché come tutti i meridionali per la gente del nord erano i “terroni” e venivano considerati in modo negativo. Ma bisogna ricordare che ai pugliesi, a differenza degli altri meridionali (considerati poco affidabili), veniva riconosciuta una certa serietà nel lavoro e una stimabile determinazione. Per la gente del tacco motivata nel lavoro, quindi, con un po’ di pazienza le cose si sistemavano in fretta, tanto che oggi i pugliesi di Milano sono diventati più meneghini dei milanesi stessi.

I pugliesi, che sono mercanti di tradizione, conquistano ben presto i mercati e gli ortofrutticoli: non a caso oggi il Presidente nazionale del FIDA - Confcommercio nonché del Sindacato dettaglianti ortofrutticoli di Milano e Provincia, è proprio un pugliese, Dino Abbascià, che racconta: «A 13 anni sono stato messo sul treno e sono partito. Facevo le consegne a domicilio. Quello che ricordo era il mal di gambe perché lavoravamo circa 15 ore in piedi. A 13 anni non eravamo ragazzini come oggi, eravamo già uomini. I primi mesi non ebbi lo stipendio, ma solo vitto e alloggio. E venivo “venduto” da un negozio all’altro: eravamo come bestioline. Mentre si facevano le consegne incontravamo altri ragazzi come noi: il garzone, il panettiere, il droghiere, l’ortolano, il salumiere e come tutti i ragazzini si facevano battute. Ricordo ancora con molta commozione che a me dicevano: “Zitto tu che sei terrone”. È qualcosa che mi pesa ancora dentro. Ero convinto che dopo anni di sacrifici un giorno avrei aperto un’attività e infatti a 27 anni acquistai un negozio tutto mio “il Frutteto” in corso di porta Nuova, quello che ancor oggi annuncia nell’insegna “Le primizie di Dino”. Una delle fortune è che avevo davanti un ospedale che mi portava gente. All’epoca il presidente dell’ortofrutta era un milanese e io mi chiedevo perché, visto che eravamo una colonia di pugliesi! E allora mi iscrissi a questo sindacato di cui oggi io sono il presidente. Il nostro spirito competitivo, la nostra anima ci ha portati ad essere chiamati “I lombardi del sud”. La nostra voglia di emergere è raccontata benissimo in quel film di Walter Chiari “Walter e i suoi cugini”».

Le difficoltà per la discriminazione ha colpito anche Lino Banfi che racconta: «Io volevo fare l’attore e a Canosa di Puglia che ci stavo a fa? Molti mi dicevano: “Appena arrivi a Milano impara parole in milanese che le case sennò non te le affittano”. Io le imparai subito anche perché ero fresco di studi e le parole che assomigliavano al francese le imparavo facilmente. Per riuscire a mangiare qualcosa imparai a dire al macellaio “Un purmun que gat”. E ci facevo la zuppaforte con il peperoncino, il pane duro e il pomodoro. Ma dopo 4 o 5 giorni devono avergli detto che ero pugliese e quando andai mi cacciò via dicendomi: “tornatene nella tua terra terrun!”».

Come detto i pugliesi erano bravi a vendere e a integrarsi nella città che li ospitava. Molti ancora oggi sono commercianti ambulanti: non hanno perso questa caratteristica tutta loro di stare per strada, gridare, ed essere simpatico. Se si va nello storico mercato milanese di viale Papiniano si può notare che la maggior parte dei banchi sono di famiglie di origine pugliese. Le licenze erano state concesse da Mussolini dopo la Prima Guerra mondiale per fare in modo che gli emigranti non prendessero la strada della malavita.

Ma i pugliesi, proprio per le loro capacità di integrazione, riescono a collaborare con la malavita locale, tanto che la famosa rapina di via Osoppo delle “tute blu” del 1958 (la rapina del secolo) vedeva all’interno della banda milanese un pugliese, Ferdinando Russo, detto Nando il terrone.

In un articolo apparso sul Corriere della Sera pochi giorni dopo la cattura della banda di via Osoppo, Indro Montanelli scrisse: «Ufficialmente, sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo, o dicendolo solo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori […]. Quello scontro, calcolato alla frazione di secondo, fra l’auto e il camion, per distrarre l’attenzione dei passanti, e quell’assalto al furgone, rapido ed esatto da sembrare radiocomandato, aveva mandato in visibilio gli italiani».

I criminali pugliesi si caratterizzano per essere specializzati nelle rapina (a banche o a tir); questo perché sono rapidi, determinati e coraggiosi. Erano quindi specializzati come gangster individualisti. Ma di contro ci sono anche moltissimi poliziotti e carabinieri pugliesi. Forse proprio per le stesse caratteristiche dei primi: velocità, determinazione, coraggio.

Con gli anni ‘70 cambia tutto: gradatamente il sottile razzismo si attenua per trasformarsi più in uno sfottò che in un’offesa. Questo anche grazie al movimento operaio organizzato che nelle grandi fabbriche, luogo di maggior raccolta di emigranti, ha consentito un’iniziale e importantissima integrazione.
Per assurdo oggi i meridionali sono tra i più discriminatori della nuova immigrazione, soprattutto straniera.

Il “terrone” milanese diventa una maschera comica, sotto la direzione artistica del Derby Club di Milano di Enzo Jannacci. Qui viene battezzata una nuova generazione di comici, tra cui Diego Abatantuono che insieme a Giorgio Porcaro si inventò il personaggio dell’immigrato meridionale milanese. È proprio Jannacci a lanciarlo: «Avevo messo Abatantuono - all’epoca sconosciuto - ne “La tappezzeria” del 1977 e doveva fare delle battute parlando con il linguaggio del sud. Poi quando sono tornato dagli Stati Uniti vedo uno striscione di uno spettacolo con Monica Vitti e Diego Abatantuono!».

Niki Vendola, Presidente della regione Puglia: «Abatantuono ha creato una forma caricaturale che ha fatto da collante tra passato e presente. L’eccezzziunale veramente è una maniera di sfottere affettuosa e allo stesso tempo una riappropriazione delle formule dialettali della Puglia».

Per chi vuole testare la “milanesità” dei pugliesi di persona si può recare a San Siro in una qualsiasi domenica di campionato. Che giochi l’Inter o il Milan i più scalmati tra gli spalti sono proprio loro: i terroni pugliesi!


©2011. RAI


Nota tratta dal sito http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/


Guardate il bellissimo video "Milanesi del tacco”, tratto da una puntata della trasmissione "La storia siamo noi" dedicata ai pugliesi che si trovano a Milano: Buona visione !

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=1794

Ringraziamo Domenico Sergio Antonacci che ha scovato il video e l'ha posto alla nostra attenzione sul suo blog AMARA TERRA: blog:














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