LA MEMORIA DIMENTICATA


Sei in: Mondi medievali ® La memoria dimenticata. Microstorie

a cura di Teresa Maria Rauzino

Statistiche

GIUSEPPE DI VITTORIO: TESTIMONIANZE

Autore: Giovanni Rinaldi
Commentare: 30.03.2009 19:01



Dall'abbandono della scuola elementare alla scuola serale






In una bella lettera a “l'Unità“, in occasione del 60° compleanno di Giuseppe Di Vittorio nel 1952, il cerignolano Giacinto Battaglino così racconta l'esperienza tra i banchi e l'abbandono scolastico: “Eravamo coetanei e frequentavamo la scuola elementare, a Cerignola. Un giorno il maestro, Arcangelo Perreca, ci raccomandò di presentarci il pomeriggio puliti e ben vestiti, perché si sarebbe fotografata tutta la classe. Le nostre mamme ci vestirono a festa ma quella di Di Vittorio - egli era orfano di padre - dovette limitarsi a rattoppargli l'unico vestito a lavarlo ed a tosargli i capelli con le forbici. Ne era risultata una tosatura tutta a scale.

Quando la madre lo accompagnò a scuola, il bambino non voleva entrare in classe, si vergognava. Il maestro capì, lo prese per mano e lo portò dal barbiere di fronte che gli tosò la testa con la macchina ed il rasoio. Sulla fotografia la sua testa era in mezzo alla classe come uno specchio. Di Vittorio fu promosso, come me, però in terza non ci trovammo. A soli 9 anni Di Vittorio era costretto ad andare a lavorare in campagna per guadagnare l'equivalente di un chilo di pane. […] Ci ritrovammo io e Peppino a spezzare le zolle nel seminato, a cinque chilometri verso Foggia. […]

Partivamo alle tre da Cerignola per trovarci sul lavoro all'alba. Eravamo una ventina di ragazzi. Qualcuno veniva senza pane. Per evitare che ci rubassimo il pane fra di noi, Di Vittorio aveva ottenuto che mettessimo tutto il pane in comune e che ce lo dividessimo a mezzogiorno. Si cessava il lavoro al tramonto ed arrivavamo a Cerignola quando accendevano i lumi a petrolio. La vita era troppo dura. Una sera, per istrada, Di Vittorio ci riunì e ci disse: “Ragazzi, domani dobbiamo cessare il lavoro alle 15“. Così facemmo. Di Vittorio si procurò un orologio ed alle 15 lasciammo il lavoro e l'assistente. Questi ci licenziò. Di Vittorio per istrada ci riunì e decidemmo di continuare ad andare a lavorare.

La domenica il padrone non voleva pagarci. Andammo con Di Vittorio dal commissario e riuscimmo non solo ad essere pagati, ma a continuare il lavoro finchè non fosse ultimato, ed il tempo per il ritorno in città ci veniva riconosciuto come tempo di lavoro. […] Creato il circolo, una sera ci disse: “Ragazzi, la prima cosa che dobbiamo fare è di chiedere la scuola serale“. Eravamo circa 500 ragazzi organizzati e tutti uniti andammo a gridare sotto le finestre del municipio. Di Vittorio fu diffidato dal sindaco, ammonito dal commissario, ma tutte le sere la cagnara si ripeteva. Ci volevano persino chiudere il Circolo. Però, dopo quasi un anno di lotta, avemmo la scuola serale.“

Il Di Vittorio maestro nasce già nella primissima infanzia dalla caparbietà, dalla curiosità, dal desiderio di cambiare le regole di un gioco di cui non si sentiva protagonista. E' proprio l'espulsione dalla scuola, la costrizione al lavoro e alla lontananza dagli affetti familiari e la vicinanza con persone più adulte che gli faranno da guida che permetteranno l'avvio di un percorso di autoeducazione e formazione che lo porterà a considerare proprio l'accesso alla cultura il modo migliore per evadere davvero dal mondo in cui si sentiva ristretto.

“Tornava a casa soltanto il sabato sera. La domenica la dedicava allo studio, a parlare con gli amici, con il maestro Perreca e col capo lega Antonio Misceo che Di Vittorio considerò sempre come il suo maestro“ . Oltre alla scuola serale il circolo giovanile propone una campagna contro l'alcolismo dilagante tra le masse di braccianti spesso disoccupati e sbandati, e a dimostrazione della capacità propositiva e non solo conflittuale del circolo giovanile “Di Vittorio, d'accordo col medico chirurgo Michele Moccia (il quale era uno sfegatato anarchico) riunì un gruppo di giovani attivisti e si recò dal sindaco per chiedere di costruire un ambulatorio per un pronto-soccorso.

Il sindaco disse: Va bene, faremo la richiesta alla Prefettura. Ma no! - disse Di Vittorio. - Lei mette a disposizione un locale sotto il Municipio con quattro lettini ed il solo medicinale: per il medico e gli infermieri ci penso io. In giornata fu tutto fatto; all'ambulatorio fu messo il nome di Croce Verde e l'anarchico dottor Michele Moccia insegnò a un gruppo di giovani volonterosi come si facevano l'affasciature, come si medicava una ferita, e via di seguito.“ .

Sono proprio queste le occasioni in cui Di Vittorio, proprio per la capacità acquisita di dialogo e per la rappresentatività da lui assunta nelle trattative, si rende conto di non possedere appieno il linguaggio, la conoscenza delle parole, necessari allo sforzo di controbattere le ragioni dell'avversario: ““Ribellarsi senza istruzione vuol dire essere sempre battuti e umiliati” concludeva. Così Peppino divorava le poche ore di riposo studiando la tavola pitagorica, leggendo tutto quanto gli capitava tra le mani per imparare. Le parole difficili annotate sul quaderno avevano preso pagine e pagine.

Quando avrebbe avuto il tempo di farsele spiegare una per una dal maestro se ne trovava sempre di nuove? Qualche anno dopo, recatosi a Barletta, passando davanti alla bancarella di libri usati, vide in mezzo agli altri un librone più grosso. Lo aprì, c'era la spiegazione di tutte le parole. Portava come titolo Vocabolario della lingua italiana: “Fu una delle scoperte per me più dirompenti”, ricordava spesso Di Vittorio. “Mi sentivo come Marconi quando poté far conoscere al mondo la sua invenzione.

Ricordo che non posai più il libro neanche quando mi disse il prezzo e mi mancavano almeno la metà dei soldi per comprarlo. Avevo tanto desiderio di quel libro che il libraio me lo dette ugualmente.”“ . Non si stancava quindi di chiedere all'amico Gino Nardella e al maestro Perreca di procurargli libri e giornali. Leggeva per nottate intere, un po' di tutto. Si entusiasmava di poesie e favole, ignorando ancora l'esistenza di Marx ed Engels. Lesse persino con avidità il Vangelo e la Bibbia , secondo alcune testimonianze indotto a questo dalla frequentazione della scuola domenicale valdese attiva a Cerignola già ai primi del '900.



IL SAGGIO DI GIOVANNI RINALDI CONTINUA CLICCANDO QUI

Giuseppe Di Vittorio: testimonianze dal suo percorso di autoformazione





©2009 Giovanni Rinaldi




















Link permanente
XHTML 1.0 Strict PHP CSS
Ora locale: 05.09.2010 23:47 GMT
Powered by foggia web - Proprieta' di Microstorie.net © 2008. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza il consenso dell'autore.