Commentare: 29.08.2010 16:58
L’Esquilino è uno dei sette famosi colli su cui si attestò la città di Roma: era il colle più esteso ed accidentato, caratterizzato da tre alture: l’Oppius, il Fagutal, il Cispius.
Già sul finire del IX sec.a.C. era stato adibito a necropoli e dopo la fondazione di Roma sul colle Palatino, dalla metà dell’VIII sec.a.C., sulle sue pendici sorsero delle abitazioni che formarono una sorta di borgo suburbano da cui il termine Exquiliae (fuori l’abitato).
Fu Servio Tullio (sesto re di Roma), verso la metà del VI sec.a.C., ad includere il colle Esquilino, assieme ai colli Quirinale e Viminale nella primitiva “città palatina”, quando fortificò Roma con una cinta muraria (mura “serviane”), suddividendola in quattro “regioni” territoriali.
L’Esquilino, però, rimase segregato per secoli poiché era luogo di esecuzioni capitali, dove si gettavano i cadaveri degli schiavi e del volgo a marcire ed in pasto ai corvi ed ai feroci “cani esquilini” diventando così una zona malfamata e funesta ma soprattutto insalubre.
Bisogna attendere la fine del I sec.a.C., col nuovo assetto politico e sociale del giovane Ottaviano Augusto, perché il colle esquilino uscisse dai suoi tempi bui.
Caio Cilnio Mecenate, acquistando ampi terreni sul colle, dette inizio alla sua bonifica: prima con la eliminazione della necropoli e poi avviando una radicale trasformazione di tutta l’area con la creazione di rigogliosi giardini (Horti Maecenatiani).
La collina esquilina, servita già da tre grandi acquedotti, si trasfigurò e divenne una zona residenziale della nobiltà romana che vi costruì lussuose ville e splendidi parchi.
Mecenate, grande statista, ministro e consigliere di Augusto, con la sua munificenza generosa divenuta proverbiale (mecenatismo) protesse i migliori ingegni del tempo (Virgilio, Orazio, Properzio) e favorì le attività artistiche. Della sua grande villa sull’Esquilino, costruita nel 30 a.C., è superstite oggi l’Auditorium, un vasto salone-ninfeo, una coenatio estiva, cenacolo di intellettuali, “dove si riparava dalla calura per confortare le membra e lo spirito, tra zampilli di fontane e dissertazioni letterarie ed eudite”.
La storia di Roma farà il suo corso coinvolgendo soprattutto territorio ed abitanti: la zona dell’Esquilino, dopo il suo momento di fulgore, vedrà la decadenza e l’abbandono (la popolazione si trasferì in gran parte, per le loro attività, nelle aree presso le rive del Tevere), mentre la nuova religione di Cristo trovava rifugio in questa “regione”.
I primi tre secoli di esordio del nuovo millennio costituiscono il periodo eroico della nascente chiesa cristiana; i fedeli si riunivano in clandestinità in case private chiamate domus ecclesiae, confuse nel tessuto urbano.
Con l’Editto di Milano emanato dall’imperatore Costantino nel 313, il Cristianesimo acquistò libertà di culto e per Roma sarà l’inizio di una nuova civiltà organizzatrice ed unificatrice.
La costruzione di una prima chiesa sull’Esquilino risale a papa Liberio nel 358: a seguito di un sogno in cui la Madonna gli aveva manifestato il desiderio di vedere edificata una chiesa al Suo Nome sul luogo dove quella notte sarebbe caduta la neve. Era la notte tra il 4 ed il 5 di agosto e la neve, caduta abbondante sull’altura del Cispio, fu considerata un avvenimento assolutamente miracoloso. Il pontefice, seguito da una moltitudine di fedeli e accompagnato da Giovanni, un patrizio romano che aveva fatto il medesimo sogno, raggiunse il colle Esquilino e tracciò sulla neve fresca il perimetro della futura basilica che sarà eretta con i beni del ricco patrizio.

Basilica di Santa Maria Maggiore. Altare della Cappella Paolina: Papa Liberio traccia il perimetro della basilica sulla neve fresca (bassorilievo in marmo e bronzo dorato, opera di Stefano Maderno)
La chiesa prese il nome di Basilica Liberiana dal papa Liberio e sarà dedicata a Santa Maria ad Nives. Nel 431, a seguito del Concilio di Efeso che proclamava la Madonna “Madre di Dio” e ne sanciva ufficialmente il culto, papa Sisto III volle riedificare una nuova chiesa sempre sull’Esquilino, abbattendo la primitiva liberiana e adoperando il materiale di recupero unito a quello di edifici pagani del colle.
La nuova basilica fu detta di Santa Maria Maggiore perché fu il primo ed il più grande ed insigne dei santuari eretti a Roma in onore della Vergine Maria. Essa rappresentò un importante centro religioso e si affermò come faro luminoso nello spopolato deserto dell’Esquilino facendo da stimolo urbanistico per il recupero delle sue alture alla espansione cittadina.
Alla fine del XVI secolo, quando papa Sisto V delineò il suo piano viario di collegamento tra i maggiori centri cristiani di Roma, la basilica di Santa Maria Maggiore occupò una posizione di perno essenziale per l’irradiamento stellare dell’intero sistema stradale.
Fu teatro di infiniti avvenimenti e subì numerosi rifacimenti a seguito di continue devastazioni e saccheggi, ultimo il sacco di Roma del 1527.
Col passare dei secoli, l’interno e l’esterno della basilica si arricchirono di nuove architetture, di mosaici, di monumenti, di altari, di cappelle, di sculture, di pitture, ad opera dei più grandi architetti, scultori, pittori, mosaicisti di ogni tempo, a testimoniare la profonda fede delle generazioni che si sono avvicendate.
Gli ultimi interventi realizzati sono appena del 1933 voluti dal papa Pio XI in occasione del Giubileo straordinario per i 1500 anni dal Concilio di Efeso.
Nonostante le molte trasformazioni, la basilica conserva all’interno la sua struttura architettonica paleocristiana che raggiunge un’armonia ed uno splendore eccezionali per quegli elementi che rappresentano il grande tesoro artistico di Santa Maria Maggiore: il soffitto di legno a cassettoni indorato, le pareti della navata centrale e soprattutto l’abside, carichi di mosaici sfavillanti di oro, il primo carico di oro giunto in Spagna dopo la scoperta dell’America che fu donato da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia a papa Alessandro VI Borgia.
Nella calotta dell’abside lo splendido mosaico che raffigura il “Trionfo di Maria”, eseguito nel 1295 da Jacopo Torriti: al centro, in un grande cerchio stellato, il Redentore incorona la Madre, seduti sul trono e circondati da cori angelici che cantano le lodi della Vergine.
Ogni anno, il 5 di agosto, si celebra liturgicamente il miracolo della neve. Dall’alto della navata centrale, davanti l’altare maggiore, durante il pontificale del papa o del cardinale arciprete della basilica, al canto del “Gloria in excelsis”, gelsomini e petali di rose bianche, simbolo di purezza, scendono lentamente come fiocchi di neve e per la basilica si diffonde un soave profumo.
I pellegrini assistono commossi al ripetersi del miracolo della neve e tra i bagliori dorati dei mosaici, quasi visione di paradiso, raccolgono a piene mani i “petali di neve”, affidando alla Vergine Maria le più segrete aspirazioni del proprio cuore.

Mosaico dell’abside della basilica di Santa Maria Maggiore: il Redentore incorona la Madre, seduti sul trono e circondati da cori angelici che cantano le lodi della Vergine
©2010 Maria Teresa d'Orazio



