LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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La Contea di Matera e il solito pasticciaccio storico

Autore: Piero Giannini
Commentare: 31.08.2010 09:36






Roberto il guiscardo


Quanto le vicende delle attuali regioni meridionali si inanellino fra loro, è facile intuire e arguire andando col pensiero storico al Regno delle Due Sicilie perdurato fino al 1860. Quanto la Lucania sia legata alla Puglia, sotto ogni aspetto, è assimilabile alla scoperta dell'acqua calda. Quanto, infine, Matera abbia saldato coi capoluoghi pugliesi a lei più vicini gli eventi che l'hanno esaltata, martoriata, arricchita, depauperata, è pura e semplice constatazione di fatto.

E, fra i capoluoghi, Bari in particolare intreccia i suoi nomi, entrati nella storia oltre che nella toponomastica, con gli avvenimenti materani. Le vie Melo e Argiro sono due fra le principali arterie del borgo murattiano barese, intestate rispettivamente a padre e figlio vissuti nell'undicesimo secolo. Responsabile, si fa per dire, il primo dell'avvento in pratica del dominio normanno nel Meridione d'Italia. Responsabile, "non" si fa per dire, il secondo della devastazione di Matera a opera dei Bizantini che non hanno alcuna intenzione di cedere i loro secolari domini al primo venuto, un "uomo del nord", che sta prendendosi troppe confidenze approfittando della insofferenza dei dominati.

Una prima avvisaglia di mal celata sopportazione, l'impero d'oltremare l'aveva ricevuta già il 1009 proprio con Melo, che sembrava avere un conto in sospeso con Bisanzio, tanto da sollevare la città adriatica e riuscire a liberarla dal suo giogo, anche se per breve tempo. Tra una vittoria e una sconfitta, il barese si era ritrovato in quel di Monte Sant'Angelo, in visita "interessata" al garganico santuario di San Michele. Vi si era portato, molto probabilmente, per impetrarne favori e benedizioni nella decennale lotta ai Bizantini. Aveva invece incontrato strani pellegrini provenienti dal Nord-Europa che gli avevano offerto i "loro" favori: il favore di porre al suo servizio il loro braccio armato, il favore di mettersi a sua totale disposizione se ben pagati.

Melo li aveva così lanciati nell'ultimo tentativo antibizantino. Ma il valore di quei "normanni" aveva potuto poco, come ne attesta ancora la decimazione. In tutta evidenza però, le sfortunate gesta di questi compagni e fratelli vinti e ammazzati, dovevano aver raggiunto le lontane terre di provenienza. Per cui, da autentici spiriti battaglieri e audaci, anno dopo anno gli "uomini del nord" si erano presentati sempre più numerosi nel Meridione. A ondate successive, il clan Drengot, che con Riccardo transumerà poi nella famiglia Altavilla, quindi gli stessi Altavilla di Coutance, in Normandia, biondi signori guerrieri, scendono nei territori che sanno ormai travagliati da sete di potere, ora Longobarda, ora Bizantina. Prima al soldo di questo o quel duca, poi soltanto per interesse personale, iniziano la conquista del Sud.

Due le calate degli Altavilla. Una coi tre figli di primo letto del capostipite Tancredi - che ha impalmato la bella Muriella, da noi immaginata, permettetecelo, giunonica e... vichinga: - Guglielmo, detto Braccio di Ferro, prossimo primo Conte di Apulia, Drogone e Umfredo, anche loro conti di Apulia. L'altra coi pargoli, ormai diventati grandi e arroganti, avuti da Tancredi con la seconda moglie, Fresenda: Roberto il Guiscardo (l’Astuto), prossimo prìmo Duca di Apulia e Calabria, e Ruggero, che sta per divenire primo Conte di Sicilia.

Entrambe le cucciolate entrano di forza e di diritto nella storia lucana in generale e materana in particolare. Braccio di Ferro è il primo a legare la propria sorte alla poco tranquilla, per l'epoca, esistenza di Matera. La sua vittoria sui Bizantini nel maggio 1041 lungo le rive dell'Ofanto e nel successivo settembre nell'agro dell'attuale Irsina, al tempo Montepeloso, ha procurato nuova linfa rivoluzionaria alla città. Alla stregua degli altri centri pugliesi, Bari in testa a tutti, Matera insorge accettando al posto del Catapano (l’alto ufficiale bizantino) il nuovo signore del Nord e affidandosi alla protezione del barese Argiro, nominato dai Normanni loro comandante in memoria del padre Melo e a mo' di ringraziamento per aver questi introdotto, come si scriveva, le loro genti negli affari politici del Mezzogiorno.

I Bizantini, però, non restano alla finestra. Persa anche la città lucana, partono all'attacco. Attestatisi a Taranto, da qui lanciano una furibonda offensiva contro la poco difesa Matera. La riconquistano facendosi beffe di Argiro e scatenano la loro furia vendicatrice. "Ducentos agricolas (...) furibunda mente trucidat", tramanda chi sa. Il nuovo Catapano inviato da Costantinopoli, il generale Giorgio Maniace - già vittorioso di musulmani a Edessa (1032) e arabi in Sicilia nella battaglia di Traina del 1040 - per ordine e conto degli imperatori d'Oriente, Romano III Argiro e Costantino IX (che lo priverà della carica il 1042 per sospetta slealtà), si catapulta sulla città. "Non puer, aut vitulus, non monachus, atque sacerdos impunitus erat", continua a suggerirci chi conosce.

La reazione del Bizantino è tremenda. La rappresaglia, feroce e tipicamente orientale. Torture e sevizie, a chi si è permesso di contrastare i programmi e la politica di Bisanzio, si sprecano. Puer (bambini), vitulus (vitelli), monachus (monaci), sacerdos (sacerdoti), non sfuggono alla frenesia vendicativa del turco. Ripete in Matera le medesime selvagge punizioni adoperate in altre città riconquistate. Si diverte a sbizzarrire la fantasia alla ricerca dei più raffinati supplizi, senza guardare a sesso o età. Si dice abbia scelto per i più piccoli la più esemplare, per lui, fra le esecuzioni: la "propagginazione". Mutuata dal mondo vegetale, in cui l'azione consiste nell'incurvare e interrare un ramo separandolo quindi dalla pianta-madre, distacca con violenza inaudita i figli dalle braccia inutilmente protettive delle madri materane, e li... interra, sotto sopra, fra grida laceranti e svenimenti da infarto.

La ferocia con la quale la riconquista bizantina si attua, giunge al campo normanno. Scuote uomini anch'essi abituati a reazioni simili, forse un tantino più sensibili o... umani. Braccio di Ferro e i suoi piombano su Matera e la strappano al Maniace mettendolo in fuga, non dopo averne trucidato senza pietà alcuna i soldati, rei quanto lui di azioni innominabili che con la guerra in quanto tale non hanno nulla a che vedere. Subito dopo il Normanno destituisce Argiro, colpevole di non aver saputo difendere convenientemente la città, le cui pene sofferte e le morti gratuite subìte vengono ricompensate con la nomina a Contea. Corre l’anno del Signore 1042.

Ovvio che non siano stati soltanto i patimenti stoicamente sopportati a suggerire a Guglielmo "Braccio di Ferro" la possibilità di elevarla a tale rango. E' in effetti negli stessi programmi politici normanni la creazione di tanti piccoli Stati - antesignani in sostanza dei prossimi feudi per non scrivere "generatori"-principe del feudo inteso come tale, assegnati ai rispettivi conquistatori - tutti, pur nella loro indipendenza economico-giuridico-amministrativa, soggetti al Duca, nel nostro caso Guglielmo, residente in Melfi.

Nel corso del periodo che vede Matera probabilmente una delle prime Contee normanne, se non addirittura la prima in assoluto, i nuovi dominatori ne instaurano nel tempo quasi una dozzina. Da quella lucana, del 1042 appunto, alla barese del 1071 passando, via via che le città vengono conquistate, a quelle di Trani, Monopoli, Venosa, Siponto, Montepeloso (Irsina), Acerenza, Canosa, Gravina.

E i Bizantini? Preparano, indomiti e orgogliosi, anche se inconsapevoli, il loro gran colpo di coda, l'estremo guizzo dell'animale agonizzante che può spezzare le velleità del cacciatore. Non li hanno per nulla intimoriti le vittorie dell'ultimo dei fratelli Altavilla, Umfredo, sugli eserciti pontifici inviati e comandati addirittura da Papa Leone IX seccato, spiritualmente, dalla scarsa devozione normanna e, politicamente, dall'avere fra i piedi, a stretto contatto di confine, questa nuova genìa di invadenti conquistatori.

Non li ha minimamente preoccupati la sconfitta del Pontefice del giugno 1053 presso la foggiana Ripalta (nome moderno), sulle rive del Fortore, nelle campagne di una città oggi scomparsa, Civitate. Non li ha punto impressionati la cattura dello stesso Papa, né tanto meno lo spudorato voltafaccia dei Normanni che, per ingraziarselo, sono giunti a chiederne il perdono. Serve loro, infatti, il "crisma della legittimità" che solo il pontefice, o un sovrano gerarchicamente più elevato, possono attribuire subito, non volendo attendere cioè il trascorrere del tempo, secondo quanto stabilisce il diritto pubblico vigente all'epoca.

Assolutamente infischiandosene di tutti questi segnali per loro negativi, i Bizantini riconquistano Matera, sicuramente prima del 1054, che intanto è passata dalle mani del conte Guglielmo, deceduto il 1046, a quelle del fratello Drogone e, dopo la morte di questi in seguito a una sorta di congiura di palazzo, del più piccolo Umfredo il 1051. Difficilmente il turco molla l'osso o lo abbandona per tanto tempo nelle grinfie di chi glielo abbia strappato. Così, mentre tutto intorno va rafforzandosi la dominazione normanna, per una decina d'anni almeno la città torna a sentire e soffrire sul collo il fiato pesante dei Bizantini.

Tocca ora ai Normanni non restare alla finestra. E mentre Matera ne attende con pazienza il ritorno, sopportando le intuibili angherie orientali, gli altri due fratelli Altavilla, Roberto il Guiscardo e Ruggero, dopo un periodo durante il quale hanno signoreggiato e taglieggiato in Calabria (sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella), sopraggiungono a dare man forte al fratellastro. La loro azione è talmente ben congegnata e sagace, che il Guiscardo arriva persino a strappare quel famoso crisma di legalità, cui si accennava sopra, al nuovo Papa Niccolò II. E' il 23 agosto 1059 e nell'apposito Concilio tenuto a Melfi, il Normanno riceve l'investitura di Duca di Apulia e Calabria, opziona il titolo di Duca di Sicilia e in cambio "dona" le terre conquistate a San Pietro, il cui ultimo successore le consegna a sua volta in feudo a lui, promettendo aiuti in caso di bisogno, fedeltà e il versamento di una rendita annua in perpetuo.

E' giunto il tempo, finalmente, di dare peso e valore a tale attesa investitura. Gli "uomini del nord" ripartono all'offensiva. Riconquistano tutte le città strappate loro dai Bizantini in questa specie di "vacatio legis" e, forti dell'imprimatur papale, liberano fra le altre anche Matera. In un primo tempo il 1061, quindi in via definitiva nell'aprile del 1064. Di chi vanto e merito? Vien da rispondere: di Roberto il Guiscardo. E invece no! Ti pareva che dovesse andare tutto liscio? Siamo alle solite, o quasi, quando si vogliono affondare i colpi indagatori troppo in profondità.

C'è chi avanza l'ipotesi, infatti, che il Roberto citato dal cronista del tempo non sia il Guiscardo, bensì il figlio di un certo Conte Petrone, della famiglia dei Loffredi, legata da vincoli di sangue col Normanno. Famiglia che terrà la Contea fino all'avvento della monarchia normanna, quando cioè il figlio di Ruggero, Ruggero II, si farà nominare re di Sicilia. Può anche essere. Ma non ci convince il riferimento documentale al quale si rifà il formulatore di tale ipotesi, per l'esattezza il riscontro matematico (!) che ne vien fuori. Chiariamo: da un "diploma" del 1141 sottoscritto dal primo re normanno, si conosce l'assegnazione di un vitalizio in favore dell’ultimo fra i discendenti del Roberto in questione, a sua volta indicato come figlio del Conte Petrone, "i quali si sono succeduti", recita ancora il documento elevato a testimonianza dell'ipotesi, "per 69 anni nel dominio della Contea di Matera". Tenendo in evidenza l'anno in cui la città è stata liberata dal Roberto "non" Guiscardo, 1064, a questo punto i conti son belli e fatti: 1064 più i 69 anni dell'atto fanno 1133. L'atto medesimo invece è del 1041. Oppure, come riscontro, 1141 meno 69 uguale 1072 e non 1064 come vorrebbe chi avanza l'ipotesi di un Roberto Loffredi liberatore di Matera proprio in questo anno.

Non si comprende poi bene perché riferirsi a tal Roberto, quando esiste un altro Conte di Matera, il padre, che avrebbe più di lui se non quanto lui diritto a essere indicato quale liberatore della città. A meno che, l'intrico di nomi e date non vada soggetto a ben più ampie ed estese indagini. Cosa che a noi, semplici raccontatori di vecchie cronache, non compete, salvo… essere baciati dalla fortuna e, un domani, chissà...





Venosa. Tomba Roberto il Guiscardo e degli Altavilla









2010 Piero Giannini


























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