Commentare: 24.05.2008 15:09

Ci sono almeno tre scansioni temporali, tre diverse incarnazioni della ribellione e del fascino del perturbante. Nella vita delle generazioni che si sono lasciati lontani gli spari di Portella delle Ginestre nel ’47 e che si sono poi ritrovate giovani con le magliette da indossare ora con le diciture made in Usa, ora con il volto intenso di Che Guevara abbigliato da guerrigliero, hanno contato il truce brigante delle fiabe ascoltate nell’infanzia, gli spazi sterminati di un West americano calpestato da pistoleros spietati a cavallo (per cui i film di Sergio Leone si sovrappongono alle strisce ancora in bianco e nero di Tex Willer), e infine lo scatto di ribellione di una coscienza pronta ad abbattere il padre, tipica di un’età giovanile disponibile ad un astratto e fumoso arruolamento nelle bande partigiane del Che, col sovrappiù sensuoso di un habitat esotico, fitto di giungle e di altre insidie.
Ci sarebbe un quarto momento, questa volta più adulto, più meditato, che si rivolge con la memoria alla Resistenza, scopre nell’epopea di Beppe Fenoglio altre pagine di nutrimento vitale, intuisce la sostanza del destino umano basato sul conflitto, sull’odio, sul male, contro i quali non bastano tutte le più stupende mozioni di amore, di concordia, di pace.
Un’energia cieca, crudele, inesorabile, direbbe Schopenhauer, governa il mondo. La si può occultare, sviare, dribblare, ma essa si ripresenta puntuale all’appuntamento. La storia dell’uomo non conosce soste, è una vorace, voracissima, betoniera che tutto leopardianamente ‘involve’ nel suo corso grande e terribile.
Questa ingordigia del male lavora nella pancia dell’uomo, lo sottomette ad una dura disciplina di malvage fratellanze, a puntuali progetti di vendetta, a piani di rivolta contro veri o presunti poteri. Passioni elementari, telluriche, e logica del branco hanno creato nel tempo banditi, sbandati, emarginati, briganti, fuorilegge. Il coraggio e la disperazione di ribellarsi, la fascinazione epica e avventurosa, il mistero di una scelta estrema e violenta hanno giocato tutti insieme: ne sentivamo parlare e poi sempre più spesso ne abbiamo letto in saggi, memorie, cantari, cartelloni di cantastorie.
Le terre del Sud erano state invase dai briganti, il brigantaggio postunitario – quello duro, bellico, disperato, estremo – viveva sempre più spesso nella nostra accresciuta sensibilità meridionalistica. Dopo alcuni anni che ne sentivamo sempre più l’incombenza storica ecco che Raffaele Nigro – a caccia di tutto il possibile immaginario depositato nelle nostre terre – era esploso letterariamente con un romanzo incentrato proprio sui briganti, I fuochi del Basento, pubblicato da Camunia esattamente vent’anni fa, nel 1987. Una narrazione a grandi onde ritmiche, come un torrente che s’ingrossa scendendo a valle e si carica di umori, voci, echi raschiati dal fondo della memoria e alleggeriti e sublimati dalla fantasia.
Oggi sappiamo che l’opera di Nigro interpretava pienamente un’esigenza culturale, che rispondeva, più o meno consapevolmente, alla rinnovata investigazione sul Mezzogiorno e ad un altro sempre provvisorio bilancio. Nei vent’anni che ci separano da quel romanzo la letteratura sull’argomento è diventata fluviale, aggiungendo, tra il 1999 e il 2003, due preziose e importanti pubblicazioni, curate dal Ministero per i Beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i Beni archivistici, che tracciano la mappa complicatissima del brigantaggio: Fonti per la storia del brigantaggio postunitario e Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario, con il coordinamento di Alfonso Scirocco.
Nigro se n’è fatto alfiere raccogliendo a sua volta una mole impressionante di dati, ricerche, riferimenti, comparazioni, e dandone resoconto in questo imprescindibile grosso volume pubblicato dalla Rizzoli, Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri (Milano, 2006, pp. 700, € 26,00).

È, a dir poco, la più completa bibliografia ragionata sui rapporti tra brigantaggio e letteratura dal medioevo ad oggi: ventinove capitoli, un’esposizione dettagliata per grandi gruppi tematici, migliaia di voci bibliografiche ad uso dello studioso e dell’appassionato. Al centro di tutto il brigantaggio come grande questione storica, come grande cartina al tornasole della storia del Mezzogiorno e quindi come, ancora, questione meridionale. Molte le domande, molte anche le risposte disseminate lungo il percorso, costantemente illuminato dalle ricerche tracciate anzitutto da Eric Hobsbawn e quindi da Galasso, Scirocco, Pedìo e Colapietra (ai quali Nigro è esplicitamente debitore).
Chi è il brigante, questa figura a metà tra il truculento e il fiabesco, che esce dal fondo della storia fin dai tempi della rivolta degli schiavi di Spartaco e scende giù giù lungo i versanti precipiti del tempo, sempre ossessionato dalla fame, dalla persecuzione, dalla sete di giustizia, dalla maledizione, sempre più carico di santini e di armi, sempre alla ricerca di rifugi, braccato e temuto, assetato di sangue e di ricchezze? Lo sguardo di Nigro è socioletterario, ma anche politico e filosofico, quando riesce a collegare bellamente i Masnadieri di Schiller ai contestatori di Marcuse, passando per la scelta radicale di Kierkegaard. Nel brigante alberga l’anima dell’uomo in rivolta, ecco perché certa letteratura cavalleresca tra Medioevo e Rinascimento (fin dai tempi di Robin Hood), e certa rielaborazione romantica vi hanno trovato pane da intingere.
Ma poi arriva, con l’Unità, il grande brigantaggio delle regioni meridionali, che ha un’ultima incarnazione nella vicenda di Salvatore Giuliano. Una pagina esemplare, anche se sgrammaticata, del cacciatore di briganti, il sanseverese Tommaso La Cecilia (un bounty killer di marca italiana) nei territori della Capitanata infestata dalle bande di Caruso e di Del Sambro (Lu Zambre), tra S. Severo, Lucera, Subappennino e Gargano occidentale, ci dà un’idea dell’impatto sociale e criminale di tale fenomeno: “Come cominciarono le loro operazioni? col fare ora saccheggio ad una masseria, ora alle poste delle pecore, ora alla bufalaria, ora alle vaccare, collo spogliare i pastori e vestirsi lori, ora catturare carrette e togliere i migliori cavalli, ora catturare passeggieri di tutti i ceti.
Dopo poi cominciarono affare delli ricatti ai proprietari in paese per aver vestiario, moneta, viveri, fucili, provvisione di guerra, orologi; in fine hanno mandato in varii paesetti a chiedere dei buone donne onde possederle ed indi poi ritornarli alli lori case. Dopo di aver rubati nella nostra Provincia circa quattordicimila pecore e che se non si fosse date riparo, ora sarebbe una ripubblica brigantesca, in modo che hanno voluto venire nelle province meridionali tutti l’eserciti militari, oltre delle guardie nazionali non solo ma si è voluto formare delle guardie mobili a cavalli”.
È una guerra dei poveri contro i ricchi, degli schiavi contro i padroni, una guerra frontale, sociale, di classe: circa 200mila sono complessivamente gli uomini impegnati sul campo dalla monarchia sabauda in circa cinque anni di lotta, tra il 1861 e il 1864, passando attraverso l’inchiesta Massari, i decreti Cialdini, la legge Pica. Alvaro, Silone, Jovine, Moravia, Bacchelli, Bargellini, Alianello (per citare solo gli scrittori più noti) ne fanno oggetto di alcune loro opere. Alcuni registi ne prendono spunto per i loro film, grandi scrittori sudamericani (Garcìa Marquez, Amado, Guimaraes Rosa) raccontano a loro volta le saghe brigantesche delle loro terre. Imperi, regni, poteri contro masse di selvaggi sanguinari, col loro codice d’onore, le loro vendette, coi loro antichi riti che affondano nel più buio medievale diritto germanico.
Qualche anno fa ci capitò di leggere Inganni. Ovvero le memorie ritrovate del barone Nicola Scassa di Lucera, carbonaro, poi brigante per guasto d’amore dello scrittore foggiano Raffaele Vescera. Ci dicemmo tra noi che la saga vincente di Nigro aveva fatto scuola: Nigro lo cita ampiamente nel suo libro e ne sottolinea la bontà letteraria e la travolgente vocazione al romanzo storico. Cita anche altre opere di Vescera: Cacciabriganti e La mala vita di Nicola Morra. Vescera insiste soprattutto su quest’ultimo, un nome diventato leggendario tanto da passare il confine della fiaba ed entrare nella tradizione orale. Vuol dire che anche in Capitanata (e lo dimostra proprio in questi ultimi anni il certosino lavoro storiografico di Giuseppe Clemente la pianta del brigantaggio ha fruttificato anche nella fantasia ed è diventata riferimento storico di grande significato.

Dalla Capitanata al set di Hollywood il passo non è breve, ma oggi possibile. Ecco che un ribelle è conosciuto anche dai ragazzi dediti a telefonini e auricolari. Zorro, ultima versione col volto di Antonio Banderas, è un brigante-gentiluomo (un po’ come il ‘Fra Diavolo’ da operetta interpretato, in parti minori, da Stanlio e Ollio) come vuole il miglior zucchero letterario, tutto muscoli e nervi e spada al servizio di signora povertà. È un mito che piace, che seduce, e serve a mantenere sullo sfondo quel grande mattatoio che è la storia e che è stata, più specificamente, la storia del brigantaggio.
©2008 Sergio D'Amaro



