Commentare: 25.09.2008 15:12

Bello, interessante e ricco di spunti di riflessione il volume di Tommaso La Cecilia dal titolo “Brano dell’istoria del brigantaggio di Capitananta e Basilicata dal 1861 al 1864” , in edizione critica di Giuseppe Clemente, storico sanseverese di origini ascolane, edito per i tipi delle Edizioni del Rosone “Franco Marasca” di Foggia, e prefato da Raffaele Nigro. (340 pp., ill., Foggia 2008, € 25,00).
Com’è noto dopo l’unità d’Italia, proclamata con il plebiscito del 21 ottobre 1860 e ufficializzata il 17 marzo 1861, una tragedia di grandi proporzioni si apprestava a sconvolgere il Mezzogiorno. In breve tempo una vera e propria guerra civile causò danni, lutti e nefandezze. Tale esplosione di eventi andò sotto il nome di “brigantaggio”.
Molteplici furono le ragioni che causarono questo disagio sociale: mancanza di lavoro, arretratezza della società, vendette personali; tutto ciò fa riflettere su come il brigantaggio poté diffondersi repentinamente. Nel Mezzogiorno il trionfo dell'impresa garibaldina causò una reazione borbonica che incentivò questo fenomeno.
In Sicilia fu l’impresa di Nino Bixio a soffocarlo, mentre Garibaldi, nei suoi scritti, rese omaggio al valore dei briganti napoletani. Si andarono formando, un po’ dappertutto, frange armate attorno a fantomatici capi più o meno noti che, procedendo senza programma e senza ideali patriottici, resistettero per anni a tutti gli sforzi del governo nazionale tanto da costringerlo a subire l'umiliazione di dover, a causa loro, sospendere le guarentigie statutarie, sostituendole nelle ex province napoletane con le leggi marziali ed i militari che perlustravano boschi e campagne. La guerra dell'Italia verso il papa si trasformava in superstizione popolare e in guerra di religione.
L'unità italiana era minacciata dall’annullamento, poiché l’individualità del popolo napoletano si distingueva nella storia. La reazione scoppiò feroce, spontanea e simultanea. I Vandeani, insorti contro la grande convenzione francese, avevano avuto una bandiera e un principio: i ribelli napoletani, senza l'uno e senza l'altra, non erano e non poterono essere che briganti.
La guerra durata più anni si smembrò, quindi, in atroci fazioni e fu guerra della barbarie contro la civiltà. Dalla Terra di Lavoro il brigantaggio si era già propagato in tutto il Mezzogiorno. A domarlo Cialdini costituì un corpo di guardie nazionali mobili in ogni distretto, con l'intento di opporre napoletani a napoletani e così interessarne almeno una parte in favore del governo; ma l'espediente non ebbe successo.
La prima mossa strategica di Cialdini fu di occupare il Principato Ultra e la Capitanata, per mantenere aperte le comunicazioni con la Puglia e l'Adriatico, tagliando in due la rete del brigantaggio e chiudendo alle bande del Mezzogiorno il rifugio dello Stato Pontificio. Soldati e briganti, invece di combattersi apertamente, si cacciavano come selvaggi: nessuna legge, nessun quartiere. I paesi e le borgate furono messi a ferro e fuoco senza pietà. I colpevoli venivano cacciati come assassini, ed erano privati dell’appoggio delle famiglie. Le bande, abbandonate dal partito reazionario si tramutarono in frange di comuni delinquenti.

Di questo fenomeno in particolare, Giuseppe Clemente pone in chiave critica il manoscritto di La Cecilia non senza la cura filologica che diversamente renderebbe l’originale di difficile comprensione, così come evidenzia nell’ Introduzione del testo.
Tommaso La Cecilia, agrimensore sanseverese, ebbe il merito di raccogliere nel manoscritto esaminato da Clemente, custodito gelosamente dai suoi discendenti, tutte le vicende relative al vissuto quotidiano relativo agli anni 1861-64. Nel contesto locale il brigantaggio è vissuto in quegli anni con estrema drammaticità non solo da chi lo subisce e lo combatte, ma anche dagli stessi protagonisti che lo praticano. Esso, come afferma lo stesso Clemente nell’Introduzione “[…] è una storia triste che vide la lotta tra i sudditi rimasti fedeli a Francesco 2°, sovrano legittimo sconfitto al Volturno, e i sostenitori di un nuovo governo costituzionale […].”
Con occhi critici Tommaso La Cecilia redige il suo “Diario” diviso in dieci capitoli; in ognuno di essi riporta nomi, eventi ed esperienze, il più delle volte dramatiche. Nel manoscritto La Cecilia usa un linguaggio proprio, tanto da essere definito dallo stesso Clemente “linguaggio di Tommaso Cavalier La Cecilia” . Un linguaggio nel quale si evidenzia la mancanza congnitiva di regole di sintassi e di grammatica, e dove la punteggiatura è un “optional” e non è utilizzato né il discorso diretto né il punto interrogativo.
Spontaneamente viene da domandarsi come mai La Cecilia abbia voluto lasciare queste “memorie” sul brigantaggio pur non avendo una padronanza letteraria a supporto dello stimolo di scrittore. La risposta potrebbe sintetizzarsi nella possibilità di poter avere un probabile riconoscimento personale a carattere pecuniario, o semplicemente morale. Certo è che “Mozzicafava”, questo il soprannome attibuitogli dai paesani, ha lasciato un preziosissimo “pezzo di storia” di quegli “anni di piombo” per voler usare un’espressione dei nostri giorni.
Le zone interessate al racconto sono quelle di San Severo, San Marco in Lamis, Monte Sant’Angelo, Orsara, Poggio Imperiale, Stornarella e Zapponeta. Una campionatura significativa che la dice lunga anche sull’estensione territoriale in cui La Cecilia operava.
Riportando i fatti di cronaca Tommaso La Cecilia ha scritto una storia diversa sul brigantaggio locale, attraverso le quotidiane e personali vicende di microstoria, facendo emergere, per dirla con la Miccinelli, “[…] una Storia ma soprattutto, un destino individuale [...]” (C. Miccinelli, Il Tesoro del Principe di San Severo luce nei sotterranei, Ercolano 1984).
Così sono stati coinvolti nello studio personaggi della vita pubblica e privata: militari, civili, possidenti, braccianti, pastori, artigiani e quanti in quegli anni furono coinvolti negli accadimenti della vita sociale relativa a tale fenomeno. Certamente il brigantaggio, come si è visto, non è stato un fenomeno di recente costituzione, esso si è esteso dapprima in maniera sporadica con poche bande dedite alla delinquenza comune, poi si è allargato a macchia d’olio per dar luogo al fenomeno sociale.
In Capitanata, i briganti si riunivano in posti strategici per meglio commettere i loro crimini. Tali crimini variavano dalla semplice delinquenza comune, in genere si perpetravano furti presso le masserie di campo, fino a degenerare a tal punto da causare le più intollerabili nefandezze.
Gli archivi statali custodiscono grandi quantità di documenti riguardanti denunce inviate ai vari organi istituzionali per arginare questo fenomeno sempre più dilagante.
I sindaci dei comuni interessati si rivolgevano alle forze dell’ordine per chiedere maggiori presenze di militari nella zona. Più volte gli Intendenti furono chiamati in causa per intervenire.
Rilevanti furono i danni per l’economia a causa di continui furti, incendi, assassini, estorsioni, che venivano formulare con i “pizzini” scritti sotto dettatura ed intisi di sangue. Danni che videro salire il Circondario di San Severo in testa alla graduatoria di scempi per un ammontare complessivo di L. 181.126,10. Seguivano Bovino con L. 136.658,96 e Foggia con L. 94.368,58.
Stranamente il Tavoliere rimaneva una zona asettica, nel senso che pochissime furono le nefandezze commesse: la tipologia geografica si presentava inidonea agli assalti, ma giocava a sfavore anche per la notevole quantità di truppe stanziate tra Foggia e San Severo.
Senza alcun dubbio i briganti conoscevano bene i luoghi che frequentavano, a differenza dei militari che si muovevano con notevole difficoltà perché, non essendo del posto, si avvalevano di guide locali.
Ogni banda, quando non si univa alle altre per grosse operazioni contro l’esercito, agiva su un territorio ben circoscritto, che generalmente era quello in cui ogni brigante era nato o dove viveva.
Ovviamente anche la mancanza di carte topografiche adeguate non consentiva una facile esplorazione dei luoghi interessati. L’età media dei briganti oscillava tra i 20 ed i 36 anni. Una volta catturati questi subivano la fucilazione.
Fu così che verso la fine dell’Ottocento le bande maggiori furono sterminate. A queste bande si aggiunsero frange di delinquenza comune, formate da gente appartenente a ceti medio-bassi, ed a questi spesso i proprietari, temendo rappresaglie, concedevano favori. Un po’ come succede oggi con le varie organizzazioni mafiose che si tenta di sgominare.
Il volume, infine, impreziosito da numerosi schizzi, opera di Umberto Nardella, rappresenta un unicum nella storiografia locale volto ad arricchire il corollario di produzioni specialistiche, quale ulteriore tassello aggunto alla vasta produzione sulla storia della nostra bella Daunia.
2008 Lucia Lopriore



