Commentare: 22.03.2008 15:51

Marinaretto
Il Fascismo cercò con tutti i mezzi di ottenere il consenso degli Italiani alla sua politica. A questo scopo, oltre alla stampa, utilizzò in modo capillare le parate in occasione delle date periodizzanti, i canali scolastici e i nuovi mezzi di comunicazione di massa. Nella cronaca della “Celebrazione in Capitanata della Marcia su Roma” a Rodi e a Vieste riportata dal “Foglietto” del 4 novembre 1923, questa cerimonia viene descritta nei minimi particolari.
Il Fascio di Rodi solennizzò così l’anniversario della Marcia su Roma: alle ore 9, preceduto dalla musica cittadina, un numeroso corteo con bandiere, diretto da Giuseppe Luigi De Felice, centurione della milizia fascista, si mosse dalla sede del Fascio. Di esso facevano anche parte la locale sezione Associazione Nazionale dei Combattenti, le scolaresche, tutte le autorità, non escluso il clero, e molti simpatizzanti. Il corteo percorse la piazza ed il Corso Umberto I, sostò sotto la lapide dei caduti, che venne salutata romanamente in religioso silenzio e, passando per le vie principali del paese, parate a festa, si diresse al Parco della Rimembranza. Qui fu celebrata una messa solenne in suffragio dei caduti; i balilla e le varie scolaresche intonarono versi inni patriottici. Quindi il corteo fece ritorno alla sede del fascio, dove il segretario politico, prof. Gaetano Ricucci, pronunziò un “elaborato” discorso di occasione: esaltò “il Liberatore d’Italia”, accennando “all’opera prodigiosa, che il mondo stupito ammirava”, svolta dal Governo. Facendo appello allo spirito di disciplina, Ricucci esortò tutti ad agire all’unisono.
Lo stesso si fece a Vieste. Il corrispondente del “Foglietto” scrive: «Domenica tutta Vieste si è svegliata fra spari di mortaretti, suoni di banda ed inni di gloria fascista. Alle ore 9 precise il fiduciario del fascio e tutte le autorità amministrative e provinciali, precedute dalla banda musicale e seguiti da tutti i sodalizi e società locali con relative bandiere, si sono recate al Parco al Parco della Rimembranza, ove si è solennemente celebrata la messa in onore dei caduti fascisti. Ha officiato il reverendo canonico Nicola Petrone, assistito dall’intero capitolo. Dopo la messa, tutto il popolo in un imponente corteo percorse le vie principali della nostra città». In piazza, il consigliere provinciale Achille Della Torre pronunziò un “nobile eloquente ed alato discorso” nel quale spiegò il significato della solenne e patriottica cerimonia destinata a rimanere sempre viva nei ricordi della storia della gloriosa Italia. «Il suo discorso – conclude “Il Foglietto” – fu spesso interrotto da scroscianti applausi, fu alla fine salutato da una calda e lunga ovazione».
A Peschici era la radio a diffondere i temi trionfalistici della propaganda governativa, ad esaltare la figura del Duce, a celebrare la nuova era del popolo italiano. L’apparecchio radio allora costava moltissimo, lo possedevano solo le famiglie benestanti, ma nelle occasioni più importanti tutta la popolazione partecipava alle adunate in Piazza del Popolo, dove gli altoparlanti, dalla sede del P.N.F., diffondevano i discorsi di Mussolini. Molti si lasciarono incantare dai suoi discorsi, in cui venivano esaltati la grandezza del passato dell’Italia, la gloria del suo avvenire.
Nel tentativo di costruire una base di principi e di dottrine fasciste, si mobilitò tutta la scuola pubblica. In alcuni testi scolastici del 1931 e del 1938 in uso nella scuola elementare di Peschici, nella parte dedicata alla religione, è riportata la seguente “orazione” per il Capo del Governo:
«O Signore, che doni a ogni uomo aiuti proporzionati al suo compito, noi ti preghiamo: assisti con la forza della tua destra l’uomo che, chiamato dalla tua Provvidenza al governo del nostro Paese, vuole restaurarne le sorti, affinché il Paese cerchi e trovi in te il compimento dei suoi destini. Così sia».
Il Duce era presentato come un essere infallibile, ai cui comandi bisognava obbedire, ciecamente. Era stato lui il Salvatore dell’Italia dall’anarchia socialista del dopoguerra: «In mezzo a tanta incoscienza - insegna un libro del 1938 - sorse un uomo a vendicare la nostra vittoria, a tutelare il nostro avvenire: Benito Mussolini».
Il nuovo Regime era il migliore possibile per gli Italiani: «Dopo l’avvento del Governo fascista l’Italia, salvata dallo sfacelo, risorse a novella vita di lavoro disciplinato e concorde». Ed ancora: «Le mirabili opere compiute dal Fascismo fanno oggi rispettare l’Italia dalle altre nazioni, che ne ammirano il nobile esempio di laboriosa disciplina».
I fatti e le figure storiche erano deformati e talvolta falsati; ad esempio si faceva credere che Mazzini fosse un precursore del Fascismo, affermando che «fondò una nuova associazione, la Giovine Italia, che doveva riunire in un “fascio” tutte le forze del popolo italiano, in particolar modo quelle giovanili». Privilegiata era la storia di Roma: il motivo dominante era l’esaltazione della romanità contro la barbarie.
Attraverso questi insegnamenti passarono tutti i ragazzi di Peschici e del Promontorio, come i loro coetanei dell’intera penisola, all’oscuro di tutto quanto avveniva nel mondo, senza conoscere nulla di quello che si scriveva e si pensava fuori dell’Italia, senza libri che non fossero quelli fascisti.
Le giovani generazioni vennero inquadrate in associazioni di tipo militare, che nel 1926 furono unificate a livello nazionale sotto il nome di Opera Nazionale Balilla, dal nome del ragazzo genovese che nel ‘700 aveva dato il via ad una rivolta popolare contro gli Austriaci. I ragazzi furono divisi in “balilla” (8-14 anni) e “avanguardisti” (14-18 anni), le ragazze in “piccole” e “giovani italiane”. I bambini e le bambine più piccole fino ad otto anni erano i “figli della lupa”.
Ai giovani studenti in particolare, il Fascismo faceva credere di essere il loro Regime ideale, perché si basava sulla loro generosità e sul loro coraggio. Non a caso l’inno ufficiale si intitolava “Giovinezza”. Alla musica di G. Blanc, famosa già dal 1909, si erano aggiunti testi vari. Quello che era cantato dai nostri nonni, durante le parate, era stato composto dal poeta Salvatore Gotta negli anni Trenta, quando il Regime preparava la sua politica di grandezza “imperiale”. Le parole esaltavano, retoricamente, la gloria e l’eredità di Roma antica.
Il riferimento al mondo romano era volto tutto alle prospettive politiche del presente, era un rilancio della missione di Roma e dell'Italia nel mondo, dello spirito di potenza indirizzato verso l’obiettivo della conquista coloniale. Notissima, dopo la conquista dell’Etiopia, diventò la marcetta “Faccetta Nera”.
Tutte queste canzoni si cantavano anche durante le esercitazioni ginniche (con le armi) che si svolgevano in un giorno stabilito, “il sabato fascista”, al “Campicello” del Littorio, vicino alla chiesa di Sant’Antonio. I ragazzi partecipavano in divisa. Quella dei “balilla” era pressappoco così: camicia nera, fazzoletto azzurro al collo, chiuso da un medaglione raffigurante il Duce, pantaloncini azzurri corti; copricapo tipico: il “fez”. Gli avanguardisti portavano anche un piccolo moschetto. Le “piccole” e “giovani italiane” vestivano con una gonna nera e una camicetta bianca. C’erano anche le divise dei “marinaretti”.
In un paesino poverissimo come Peschici i “uagliò”, vestiti di stracci, scalzi e con il volto segnato dalla fame, erano uno spettacolo senz’altro più rispondente alla realtà rispetto a queste belle parate in camicia nera. Le famiglie, che a malapena riuscivano a sfamare i numerosi figli e a vestirli, tramandandosi di generazione in generazione pochi capi di vestiario consumati da infinite “luscìe” e pieni di toppe, erano costrette a pagare “profumatamente” le divise volute dal Regime.
Illuminanti a questo proposito, sono dei documenti ritrovati in Archivio comunale. Nel 1931 il maestro Lo Buono Michele, presidente dell’Opera Nazionale Balilla di Peschici commissionò alla ditta “Achille Vitale” (di Torino) delle divise di marinaretti per i balilla e gli avanguardisti, per un importo abbastanza alto: lire 1.432. Dopo aver atteso inutilmente 6 mesi il saldo del pagamento, il titolare della ditta l’11/1/32 scrisse al Commissario prefettizio Prencipe, minacciando di ricorrere all’Ufficiale Giudiziario contro l’O.N.B. e contro il firmatario dell’ordinazione, in caso di reiterata insolvenza.
Prencipe rispose così:
«Sto dando tutto il mio appoggio ai responsabili dell’O.N.B, perché essi possano, a rate minime, esigere dalle famiglie dei balilla e avanguardisti l’importo della divisa fornita ai loro bambini. Lavoro difficilissimo, stante la grande miseria di questa popolazione, ma con un pò di pazienza e costanza spero di raggiungere lo scopo. Vogliate quindi avere la bontà di attendere che questo periodo triste di crisi invernale passi e vedrete che qualcosa si potrà inviare, un pò per volta, e fino al saldo completo del vostro avere. Prego altresì di non impegnare come che sia il vostro legale, che dal nulla ricaverebbe nulla, né potrebbe avere speranza di rivalersi sul Presidente che ha consegnato le divise agli interessati, perché é un modesto maestro elementare».
Dalle famiglie si riuscì a raccogliere 932 lire, che furono inviate durante il 1932, e di più non si riuscì ad ottenere. Il debito venne definitivamente saldato soltanto cinque anni dopo, nel Febbraio 1937, dal Comune di Peschici, costretto “obtorto collo” dalle azioni legali minacciate dalla ditta torinese. Ecco la motivazione della delibera, che concedeva lire 500:
«Visto che le limitate possibilità finanziarie del Comitato 0.N.B. non gli hanno mai consentito di saldare il vecchio debito né potranno farlo in avvenire, si ravvisa opportuno elargire un sussidio straordinario “una tantum” per saldare detta pendenza, tanto più che il fornitore Achille Vitale si é già rivolto al Comitato Provinciale 0.N.B., nonché a S.E. il Prefetto».
VEDI anche Lettere al Duce ; Quando il Duce venne a Foggia.
©2008 Teresa Maria Rauzino



