Commentare: 29.06.2008 17:54
Nella ricostruzione della vicenda che portò all’assassinio della poetessa lucana, una interpretazione molto personale dello scrittore Piero Giannini, nostro “inviato speciale nel tempo” tra Francesi e Spagnoli, zotici e selvaggi fratelli, maschi cacciatori e femmine prede, in un intrico di situazioni con tanti punti interrogativi

PREMESSA DELL'AUTORE
Ci scusiamo subito con gli storici - da Sergio de Pilato a Benedetto Croce ad Angelo De Gubernatis fra i tanti - e con coloro fra essi che hanno travisato gli avvenimenti per mancanza di probanti documentazioni o per fretta di concludere, ma la vicenda di Isabella Morra, per certi versi tragica e commovente, stimola a tal punto logica fantasiosa e immaginazione razionale da farsi preferire più che per il dettaglio storico, per il riferimento rapsodico, avallando la qualifica che da sempre ci accompagna e che tanto gradiamo: rapsòdi di vecchie cronache.
Per ciò stesso, quando contraddiremo talune deduzioni degli “specialisti”, sarà non perché così ci piaccia, piuttosto per la considerazione personale che avremo condotto degli accadimenti. Interpretazioni, ci corre l’obbligo di puntualizzare, giammai arbitrarie o meramente immaginifiche, bensì parto degli eventi e dello studio dei luoghi tal come ci sono stati presentati dagli approfondimenti nel tempo intervenuti.
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GLI AVVENIMENTI
Isabella Morra, la poetessa di Favale, l’odierna Valsinni di Basilicata, nasce qualche anno dopo il 1520 nel castello di cui il nonno, Antonio Morra, è rientrato in possesso il 13 novembre 1509, insieme con la nuova investitura di feudatario riconosciutagli dalla Principessa di Salerno Marina d’Aragona, dopo averne perso gli atti contrattuali di proprietà il 1507 per colpa di una delle frequenti guerre.
Figlio di Antonio e padre di Isabella è Giovan Michele, che si trova a parteggiare per i francesi di Francesco I di Valois, sceso in campo contro il novello imperatore Carlo V (1519). Con la vittoria di quest’ultimo - memorabile il Sacco di Roma del 1527 ad opera dei Lanzichenecchi - e la successiva pace di Cambrai detta delle Due Dame (la mamma di Francesco, Luisa di Savoia, e la zia di Carlo, Margherita d’Asburgo, che la trattarono), Giovan Michele è imputato in un processo di alto tradimento per aver preferito alle armate imperiali le bandiere del re di Francia. Al disonore, preferisce la fuga.

Accolto il 1528 dalla corte d’Oltralpe, entra a far parte della folta schiera di fuoriusciti napoletani e fiorentini che simpatizzano per il giglio d’oro transalpino. Sono con lui, a Parigi, il Principe di Melfi nonché Duca di Venosa, Marchese d’Atella e Conte d’Avellino, Giovanni Caracciolo e il Conte d’Aiello Vincenzo Gambacorta. Ma tant’altri ancora ha accolto Francesco I e a ciascuno permette di vivere negli agi. Il Morra infatti, quattro anni dopo il suo arrivo, è già intestatario di una pensione di dugento lire tornesi pronta a essere elevata a 400.
A Favale ha lasciato la moglie incinta, Luisa Brancaccio, e i sei figli maschi dai nomi ispirati alla Roma antica: Marcantonio, il più grande, Decio, Cesare, Fabio, Porzia e Scipione, il prediletto, più una femmina, Isabella, cui è stato imposto invece un nome romantico. Molto vicina, sia d’età sia in quanto a predisposizione alle lettere, al favorito Scipione, Isabella è come lui seguita da un pedagogo che impartisce loro lezioni di greco e latino.
Con l’obbligato espatrio paterno, il feudo passa al primogenito, il quale si presenta al processo del genitore contumace e ne patteggia la pena: la sua assoluzione contro il pagamento di 200 scudi annui per dieci anni. Il 31 gennaio 1533 è tutto risolto e Giovan Michele può tornare a casa. Invece no, preferisce i fasti e le comodità della corte francese. Adesso si fa chiamare Michel de Morra e il poeta toscano dallo pseudonimo Amomo lo eterna nelle Rime toscane (Parigi, 1535) come “colui che le ricche terre / sprezzò sol per seguir le galle insegne / et pospose la patria e i chari figli” all’ammirazione e devozione verso il re di Francia. Sta troppo bene sotto le lunghe protettive confortevoli ali reali.
Il figlio Scipione intanto lo ha raggiunto, dopo il proseguimento romano degli studi scientifico-letterari, e si prepara a gettare le basi di una proficua carriera politica: diverrà segretario e favorito della fiorentina Caterina de’ Medici, prossima regina di Francia in quanto sposa del figlio di Francesco di Valois, Enrico II. L’amata figliola, invece, è rimasta in quel di Favale, dimenticata da tutto e tutti, in particolare da chi s’attende ogni giorno la cima che possa trarla da una condizione divenuta viepiù frustrante e avvilente (il padre) e abbandonata nel “denigrato sito (…) sola cagion” del suo tormento, in “vili ed orride contrate” in cui spende il suo tempo “senza loda alcuna”, fra “selve erme ed oscure”, maledicendo “fere, sassi, orride ruine”, “selve incolte” e “solitarie grotte”, “valle inferna”, “fiume alpestre” e “rovinati sassi”, e duramente catechizzando “aspri costumi / di gente irrazional priva d’ingegno” e “ignudi spirti di virtute e cassi”.

In tali toni d’amarezza e desolazione prende a scrivere poeticamente, traducendo in versi sentimenti ed emozioni, delusioni e mortificazioni di donna (“senza saper mai pregio di beltade”). Non sfugge ai suoi strali neanche la “empia Fortuna”, colpevole di perseguitarla sin “dal latte e dalla cuna”, capace di accrescere “ognor il mio mal ch’ogn’or l’eterna”. L’umiliazione, che una simile condizione di vita porta a vedere tutto buio intorno a sé, si stempera soltanto in due momenti. Il primo quando si presenta l’occasione di convolare a nozze e, rivolgendosi a Giunone “pronuba”, si dichiara pronta a venir fuori dalla tetraggine di quell’esistenza consacrandole i suoi “verginei fiori” (ma il progettato matrimonio svanisce per l’intervento dei fratelli, “bestialmente” dediti a caccia e rapine). Il secondo quando le viene offerta la possibilità di fuggire. Secondo l’interpretazione crociana, che stronca la esegesi del De Gubernatis, gliela offrirebbe una nobile dama di Senise, tredici chilometri in linea d’aria da Favale in direzione costa tirrenica, che nello stemma gentilizio ostenta una rosa rossa: la Principessa di Bisignano Giulia Orsini.
Lo storico abruzzese individua la nobildonna dalla frase poetica: “Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato, / De la tua ricca e fortunata riva, / E de la terra che da te deriva / Il nome, ch’al mio cor oggi è sì grato; / S’ivi alberga colei che’l cielo irato / Può far tranquillo e la mia speme viva” - dove “Siri” è l’antico nome del Sinni, fiume che provenendo da Senise tocca Favale (tanto da cambiarne il toponimo in Valsinni nel futuro 1843), e “la terra che da te deriva” è “Sirisium” o “Sinisium” - nonché dal verso “Non men l’odor della vermiglia rosa”, in un passo successivo, che indirizza l’attento storico all’arme della Principessa.
Per la personale interpretazione dei fatti che daremo più avanti, accettiamo in toto la deduzione del Croce, preferendola a quella di Angelo De Gubernatis che vede, al contrario, nella dama pronta ad aiutare Isabella, già dedicatasi a probabili vari tentativi di fuga, un’altra nobildonna, Antonia Caracciolo, che vive invece a Bollita (oggi Nova Siri), a otto chilometri sempre in linea d’aria però verso la costa ionica, al di là della Serra Maggiore (782 mt.). La Caracciolo è maritata con colui che sta per entrare nella vita di Isabella Morra e con il quale la poetessa sosterrà uno scambio di lettere e poesie, versi romantici ed epistole che si protrarrà nel tempo.
A questo punto, il dilemma si fa atroce: è mai pensabile che Antonia Caracciolo, madre di tre figli accertati (Francesco, Pietro e Lucrezia) ma altri ancora ne avrebbe avuti, tenesse bordone al marito favorendone una corrispondenza di “amorosi sensi”, con una ventitrenne che scoppia d’amore mai fin allora corrisposto, che possiede in sé tanti di quei desideri insoddisfatti da lasciarsi sfuggire in qualche verso la voglia di essere “sacrificata” a chi le possa ricordare il mondo dorato in cui, ella sa, il padre e il fratello più fortunato vivono? Non riusciamo a intravedere una paraninfa, ruffiana anche inconsapevole, in una madre del ‘500, pur andata sposa a un avventuriero, uomo “di sangue e di corrucci”, benestante, di “bel corpo” , “petrarchista soave” e poeta anch’egli. E’ iscritto, infatti, all’Accademia Fiorentina e tratta con gente di penna passata alla storia della letteratura: Pier Francesco Giambullari, Cosimo Bartoli, Giovanni Mazzuoli ovvero “lo Stradino”, Benedetto Varchi, il “calzolaio” Giovan Battista Celli, lo “speziale” Anton Francesco Grazzini già dell’Accademia degli Umidi con lo pseudonimo “Lasca” e prossimo fondatore della Crusca, che gli è nemico ma lo teme: “Se non fosse quella spada ch’al fianco notte e dì portate”.
Tal si presenta don Diego Sandoval de Castro, spagnolo d’origine e italiano di fatto, già castellano della Rocca di Cosenza e in quel tempo ramingo per l’Italia per certe pendenze giudiziarie con la Gran Corte della Vicaria di Napoli; autore di un volumetto “Le rime del Signor…” stampato in Roma il 1542; amico di letterati e filosofi (Claudio Tolomei, Dionigi Atanagi e Antonio Telesio); sanguigno ufficiale di Carlo V e ancora avvelenato dal rovescio subìto l’anno precedente in Algeri ad opera del Turco infedele vittorioso sulle legioni imperiali; Signore del feudo di Bollita in qualità di discendente di un Pedro Sandoval de Castro che l’aveva ricevuto in dono, per meriti militari, il 1505 da Ferdinando I di Borbone il Cattolico. Adesso è costretto a tornarvi in incognito, per non subire l’arresto ed essere sottoposto al processo cui s’accennava. Lo fa muovendosi da Benevento, terra pontificia e di tutti coloro che vogliano sottrarsi alla giustizia di questo o quel re, “gran luogo d’asilo pei delinquenti del regno”. E da Benevento in direzione Bollita, al ricercato cavalier Diego Sandoval è comodo seguire le valli segnate dai fiumi. Il Sinni, in particolare, una volta giunto nelle vicinanze di casa.
(E’ d’uopo avvertire il lettore che da questo momento in avanti si snoda la nostra ricostruzione della vicenda, con l’attenzione costantemente rivolta ai parametri fissati da Benedetto Croce.)
Il primo luogo che incontra scendendo verso il mare è Senise. Perché non rendere visita, spezzando il viaggio e rifocillandosi un po’, alla Principessa di Bisignano? Tra nobili è offensivo venir meno a simili impegni. In una delle non rare sgroppate Benevento-Bollita, Giulia Orsini deve avergli confidato la presenza a pochi chilometri da lì di una giovane donzella, che a lei già s’è rivolta, chiusa e intristita dalle mura in cui langue e la costringono inselvatichiti fratelli, abbandonata dal padre e dal fratello migliore, che conducono bella vita in quel di Parigi, a mordere il freno, anelare la fuga e un’esistenza più libera. Si attizza lo spirito d’avventura del bel Diego? Come dubitarne. C’è di mezzo una bella fanciulla e poi non si sa cos’abbia combinato in Calabria il de Castro per abbandonare una castellanìa che lo nobilitava e lo manteneva bene.
Si sa, invece, che fra i lontani amici dell’Accademia Fiorentina, ad esempio, ce n’è qualcuno accusato di stupro, il Varchi. Cosa vuol significare? Nulla e tutto. Ma l’epoca è dell’uomo cacciatore e preda la donzella, con buona pace del femminismo. E in guerra, come in amore, ogni arma è permessa. Inoltre, seguendo il corso del Sinni, è proprio a Favale che il cavallo di don Diego deve scartare per dirigersi a Bollita. Una puntatina in quel di casa Morra non sarebbe disonorevole per i castellani. Nobile lui, nobili loro, ci si può intendere. Una scusa, un ferro dallo zoccolo staccatosi, un rigovernare il destriero, sono giustificazioni attendibili.
Sarà accaduto così? Nessuno lo sa. Dagli scritti in versi lasciati dagli amanti non si ricava nulla di preciso, di indicativo, salvo una inversione netta, drastica, nella produzione di Isabella. Stiamo per rischiare un’accusa di “malignitite acuta” riguardo a ciò che andiamo a ipotizzare, ma non è la nostra eventuale morbosità dissacrante a guidarci, bensì uno strano episodio verificatosi più tardi nel tempo. Dopo una prima edizione, ovviamente postuma, dei tredici componimenti della Morra, fra sonetti e canzoni, pubblicata da Ludovico Domenichi il 1559 a Lucca, ci fu una ristampa il 1693 ad opera del napoletano Antonio Bulifon che inserì le liriche in una raccolta di “cinquanta illustri poetesse” purgandole qua e là per certi suoi scrupoli religiosi. Ci si chiede: perché? E, inoltre, cosa riportavano i versi censurati di tanto scandaloso da urtare la sensibilità dell’editore? La risposta può ritrovarsi in quanto stiamo per adombrare.
Si diceva, dunque, della evidente inversione nella produzione letteraria della poetessa. Non più pessimismi, non più cupezze incombenti e angoscianti. Se ne avverte il principio in un sonetto dedicato al fratello Scipione. La Fortuna, tante volte colpevolizzata, viene all’improvviso rivalutata. “Or del suo cieco error l’alma si pente”. Quindi, Isabella confida la speranza, vivendo digiuna di quei beni che la sua condizione le sta negando e la giovinezza pretende, di “arricchirsi in Dio”. Sta ricercando nella fede quanto la vita le abbia disumanamente rubato? Plausibile, se all’orizzonte non fosse già apparso il bel Diego. Ormai si conoscono, c’è stato uno scambio di romantici epistolari. L’amore è scoppiato in tutta la sua pregnanza dopo anni di frustrazione.
Può essere di chiarimento la strofa: “Né tempo o morte il bel tesoro eterno, / Né predatrice e vїolenta mano / Ce lo torrà davanti al Re del Cielo…”. Piuttosto ermetica perché ci sono i fratelli che controllano e il pedagogo che funge da cupìdo consegnando lettere e portando indietro risposte? Non si può essere chiari in uno scritto che passi per troppe mani… Non si spiegherebbero altrimenti, ad abundantiam, la trasfigurazione cui costringe la divinità alla quale ella ha improvvisamente rivolto il pensiero.
Isabella è in preda alla follia, non religiosa come arguisce il De Gubernatis, bensì amorosa! Di un amore che non può svelare, poiché potrebbe anche essere la sua salvezza futura. Perciò “viene facendo l’anatomia del corpo di Cristo che s’immagina bellissimo” con la mente occupata, secondo noi, da più terrene meditazioni. L’ampia fronte? Un “piano spazio” in cui è “la bellezza del ciel tutta scolpita”. Le ciglia? “Finestre del suo cuore”. Gli occhi? Forniscono “al sol la vera luce”. I capelli? “Tanto del sol più belli”. E poi le chiome fluenti, “uniche e sole”. La “divina bocca di perle e di rubini”, capace di proferir verba suadenti. Le “guancie di fior celesti adorne”. Il “corpo, in cui si rinchiuse il Cielo e Dio”. La stessa statura, che “già misura con gli occhi interni”. Le mani belle e chiare, il piede bianco e così via. E’ un peana al corpo dell’uomo, di chi le ha svelato i segreti dell’amore.
A un certo punto, però, si accorge di aver osato troppo nell’accostamento divino-umano e se le sue dita fossero guidate da “follia relisiosa” non scriverebbe: “Canzon, quanto sei folle…”. Solo una donna persa d’amore per il primo uomo della propria esistenza (e quale esistenza!) può cantarne tratti e caratteristiche somatiche, quelle a noi giunte, con cotanta passione. E soltanto una donna costretta da asfissianti controlli, “da una vigilanza sospettosa e dalla persecuzione insana di fratelli zotici e villani”, azzarderebbe una metafora così blasfema. Al riguardo, non volendo, ci viene in soccorso lo stesso De Gubernatis, che osserva: “Il sentimento religioso non è in lei né tanto profondo, né così sovrano da penetrarla e dominarla tutta”. In sintesi, può permettersi certe similitudini. D’altronde, il fine giustifica i mezzi: stornare da sé sospetti e dubbi parentali.
Ma i fratelli hanno subodorato qualcosa. Bloccano il pedagogo in uno dei suoi frequenti passaggi per il castello. Gli trovano addosso alcune lettere indirizzate alla sorella. Isabella si giustifica confessando che sono di Donna Antonia Caracciolo, moglie di Don Diego. Non può rivelare che vengono dalla Orsini, che funge da trait-d’union, e precludersi in tal modo un’altra via di fuga oltre quella che s’attende dall’amante. Ma il mittente è proprio Sandoval, non la moglie! E così si scatena in loro la furia omicida. Perché? “Vox populi, vox dei”, e di voci di popolo, in giro, ne circolano ormai troppe. E poi, quell’improvviso desiderio di qualche tempo prima che Isabella ha manifestato, soddisfacendolo, di aggirarsi “lieta e contenta in questo bosco ombroso” tra le foreste che circondano Favale, da cosa è stato motivato se non da incontri segreti con lo spagnolo! Perché, a un tratto, tutto quanto prima era orrido e oscuro, adesso è diventato “grotta felice” (è il luogo degli appuntamenti?); il “torbido Siri” s’è fatto “chiare fonti e rivi” e l’attirano le erbe “non segnate mai da altri passi”? E “il biondo Apollo co’l suo altero sguardo” che la fedifraga vuol far passare per il Sole che “da le valli scaccia l’ombra”, chi è?

Troppi dubbi, troppi sospetti, tante coincidenze armano, e ci vuol poco con certi figuri barbari e selvaggi, la mano di Cesare, Fabio e Decio. Il primo a farne le spese è il maestro di famiglia. Subito dopo cade sotto gli affilati pugnali dei feroci assassini la povera Isabella, la cui unica colpa è l’aver osato amare. Il primogenito, Marcantonio, resta al di fuori della violenza fratricida, non si sa fino a qual punto complice, certamente poco toccato dal tragico accadimento: sposerà il 21 giugno dello stesso anno, 1546, tal Vardella Galeota, napoletana. Come lui, è estraneo, ma totalmente e con maggior sicurezza, l’ultimogenito Camillo. Nato il 1528, dopo la partenza per l’esilio francese del padre, è stato allevato presso la corte del Principe di Salerno, quindi appena 16enne è andato militare in Lombardia e poi “in corsa contro i barbareschi”. Infine, rimpatriato, s’è ritirato a Napoli il 1558 e sposato con Giulia Morra del ramo beneventano della stirpe. Morto 75enne nel 1603, giustifica tale digressione poiché suo figlio, un altro Marco Antonio, sarà il primo a raccontare, con alcune sbavature e inesattezze, la storia della zia Isabella.
Tuttavia gli assassini, per l’epoca che vivono ampiamente giustificati dall’opinione pubblica in quanto vendicatori dell’onore della famiglia, non sono soddisfatti. Manca all’appello il responsabile principale della ignominia che si è abbattuta sulla loro prosapia: Don Diego Sandoval de Castro deve morire. Non fanno in tempo ad attenderne uno dei consueti ritorni in incognito al suo feudo di Bollita, che la Corte della Vicaria emette ordine di cattura per gli esecutori dell’efferato duplice delitto. Però, prima, una necessaria precisazione, meglio… un doveroso interrogativo.
Da documentazioni e atti d’archivio, in particolare l’Archivio di Simancas, puntigliosamente e magistralmente riesumati, da par suo, da quel fenomeno storico-critico che ha nome Benedetto Croce, risulta senza possibilità di equivoco e fuor d’ogni legittimo dubbio che l’esecuzione, come chiamarla altrimenti, di pedagogo e Isabella Morra sia avvenuta nel corso del 1546, se non addirittura negli ultimi mesi del 1545. Come spiegare allora un sonetto composto sotto l’onda dell’emozione causata dalla morte del “suo” Re, la cui corte dove s’è rifugiato il padre ha agognato, la cui scomparsa le preclude ogni residua speranza? Rivolgendosi, ancora una volta, alla maligna Fortuna (“Son donna e contro de le Donne dico, / Che tu, Fortuna, avendo il nome nostro, / Ogni ben nato cor hai per nemico”) si lamenta perché “Veggio il mio Re da te vinto e prostrato / Sotto la rota tua, piena d’orrore, / Lo qual, fra gli altri Eroi, era il maggiore, / Che da Cesare in qua fosse mai stato”.
Come spiegare, si notava, un sonetto alla memoria di Francesco I di Valois, se la irrequieta Isabella è passata a miglior vita da un anno e forse più? Già, poiché il Re di Francia muore a Rambouillet l’anno del Signore 1547! Delle due l’una: o gli atti ufficiali cui si rivolge il Croce sono redatti con date errate, oppure sbagliano tutti i riferimenti storici che indicano nel ’47 l’anno del decesso del sovrano Francesco I. Altre soluzioni? Improbabili se, tornando alla nostra storia, si riporta che i fratelli Morra riescono nel loro intento - definire la questione con Diego Sandoval - entro l’ottobre del 1546. Rimane pertanto senza risposta l’interrogativo che abbiamo definito doveroso e insoluta una questione che forse potrebbe spiegare tante cose. Ad esempio: è veramente morta ammazzata la dolce Isabella? Altro punto di domanda in questo “giallo” cinquecentesco.
Comunque, riprendiamo il filo degli eventi dal momento in cui, ricercati dalla Corte della Vicaria di Napoli, i tre fratelli assassini riescono a sfuggire alla cattura. Sguinzagliati sulle loro tracce gli armigeri del Vicerè di Napoli, Pedro de Toledo, due di essi riparano in Francia. A Parigi incontrano sicuramente il fratello Scipione che, pur inorridendo dell’atroce misfatto, non disdegna di aiutarli. Non rimane traccia, stranamente, di eventuali contatti paterni, visto che da pubblicazioni dell’epoca (“Des français qui ont écrit en italien” e “Les italiens en France”) risulta che a tutto il 1549 Giovan Michele Morra, o Michel de Morra che dir si voglia, padre… snaturato della sfortunata Isabella, riceverà la sua brava pensione reale di 400 ducati. Verrebbe da chiedersi se il delitto non sia avvenuto dopo il 1549. Ma sempre l’Archivio di Simancas riconduce i tempi nell’ambito del 1546. Seguiamone la cronologia.
Il 15 ottobre il Vicerè scrive a Carlo V se non sia il caso di assegnare definitivamente la castellanìa di Cosenza a Geronimo de Fonseca, facente funzioni sin dalla fuga del reggente Diego Sandoval e rimasto tale per l’intero periodo della sua latitanza, comunicando in tutta evidenza la morte dello stesso. L’8 novembre l’imperatore risponde chiedendo lumi, informazioni e modalità del decesso del suo ex ufficiale e protetto, cui ha concesso almeno in una occasione una dilazione di quattro mesi per chiarirsi la posizione presso la Vicaria di Napoli che lo aveva incriminato. Il 4 dicembre il Vicerè invia a Carlo V la documentazione completa sull’assassinio del bel Diego. Decio, Cesare e Fabio Morra, infatti, non hanno perso tempo. I due dalla Francia e l’altro ben riparato in Basilicata, hanno ordito una esiziale trappola ai danni del poeta dongiovanni. Per prima cosa gli hanno messo alle costole, direttamente a Benevento, un loro uomo di fiducia per essere avvisati dei suoi movimenti. Al momento opportuno, entrambi i fuoriusciti vengono richiamati al Sud. La persona incaricata di controllare le mosse del Sandoval, verso il quale i Morra non nutrono ormai che “inimicitia capitale”, li avverte di un prossimo viaggio di Don Diego nella sua tenuta di Bollita.
Della ricostruzione degli eventi che seguono ci addossiamo la responsabilità, precisando tuttavia che è basata su tre costatazioni di fatto: 1) il de Castro non può non conoscere la fine alla quale siano andati incontro la sua bella e il latore delle missive, 2) il primo biografo di Isabella, il genealogista Marco Antonio figlio del fratello minore Camillo, parla di Noia o Noa come luogo dell’attentato, 3) il geografo del ‘500 Gabriele Barrio, descrivendo l’itinerario che dalla Calabria sale verso la Basilicata, cita una Noha a quattordici miglia dal mare Ionio, otto da Riolo (oggi Oriolo), nel medesimo agro in cui sorgono Cersoncinum (Cersosimo), Casale novum (Casalnuovo o San Paolo Albanese) e Constantinum (San Costantino Albanese), “inde ad mare redeunti Fabalium” cioè, di là, scendendo verso il mare s’incontra Favale (ovviamente seguendo il corso del fiume Sinni, agevole e unica comoda via di comunicazione). Cartina alla mano, Noia dovrebbe corrispondere, chilometro più chilometro meno, all’attuale Noepoli. Provenendo da Senise, dove Diego Sandoval sarà andato a informarsi sugli ultimi risvolti della vicenda Morra, rappresenta la strada più breve per raggiungere Bollita ed evitare nel contempo di transitare nelle vicinanze di Favale, dove sicuramente prevede di essere oggetto di qualche tiro mancino vendicatore. Non sa del segugio che gli hanno messo alle calcagna, il quale venendo a conoscenza dell’itinerario che intende percorrere, ne dà ovviamente riscontro agli assassini.
L’appostamento dura due o tre giorni. Gli investigatori troveranno i resti di un accampamento. La nutrita scorta di cui il Sandoval si è accuratamente circondato a evitare qualunque sorpresa, non serve a nulla. Si dilegua nell’intrico della selva alle prime archibugiate, delle quali “l’una le dede all’ochio, l’altra a lo ciglio del medesmo ochio, un’altra li fo tirata dalle spalle e li dede a la mittà del collo et li scìo da la banda denante”. Così racconta la morte di Don Diego l’avvocato fiscale del Regno Antonio Barattuccio riferendo al Vicerè Pedro de Toledo, al quale invia dettagliate notizie sulle avviate indagini anche il preside di Basilicata, Alonso Basurto, governatore spagnolo. Recatosi a Bollita, riceve direttamente dalle mani della vedova Antonia Caracciolo denuncia contro il barone di Favale e i suoi fratelli ritenendoli mandanti o esecutori essi medesimi dell’omicidio del marito. Ciò perché, puntualizza il Basurto, “se diceva che dicto don Diego havea festeggiato (fatto la festa a…; NdA) una sorella del dicto barone et fratelli”. La documentazione completa giunge nelle mani dell’imperatore Carlo V e un segretario sintetizza l’intera vicenda con la seguente frase, di facile comprensione: “… a de Castro le sucediò la muerte por ciertas liviandades (letteralmente: leggerezze; N.d.A) en que anduvo con una hermana de un baron…”.
I fratelli Morra non saranno mai catturati. L’Inquisizione napoletana scatenerà una formidabile caccia all’uomo, ma riusciranno sempre a farla franca. Uno degli assassini, Decio o Fabio, non si sa con certezza, vestirà abiti talari in Francia. Scrupoli e rimorsi? Per qualche tempo rimarrà in prigione Marcantonio, ma nulla si riuscirà ad addossargli e sarà rimesso in libertà. E libera deve considerarsi anche Isabella. Libera nella morte, anche se per lei sarebbe stata più auspicabile una libertà nella poesia e nell’amore, o… libera finalmente di vivere?
©2008 Piero Giannini
L'immagine di Isabella Morra è tratta da wikipedia; le foto del Castello sono tratte dal sito della regione Basilicata Valsinni
Liriche di Isabella Morra



