LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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AMICO LOFFREDO, UN... «AMICO» DI MATERA

Autore: Piero Giannini
Commentare: 29.03.2011 22:21



Incomprensitile storia di una rivoluzione mancata





La dominazione normanna inaugura un periodo di relativa tranquillità e floridezza economica per tutte le terre conquistate, Lucania compresa, e ovviamente Matera in prima linea. Ripresa la città ai Bizantini il 1064 - anche col dubbio sulla figura del vero liberatore, Roberto il Guiscardo o Roberto dei Loffredo - e postala in vetta alla relativa Contea, i Materani assistono in operosa serenità all'accenno di lotta armata fra i due figli del più famoso condottiero normanno. Sono ai ferri corti, infatti, Boemondo, avuto con la ripudiata prima moglie Alberada, sepolta nell'Abazia della SS. Trinità di Venosa, e Ruggero, frutto dell'unione con Sichelgaita, sorella del Principe longobardo di Salerno a suggello di accordi politici. Boemondo accampa diritti di primogenitura sul Ducato di Apulia e Calabria, nel quale sono compresi i territori lucani, e Ruggero intende solo rispettare le ultime volontà del padre, morto il 1085 durante l'assedio della bizantina Cefalonia, che lo ha designato suo erede universale.

Lo scontro risolutore fra i due non avverrà mai. L'uno di fronte all'altro nelle campagne di Melfi, quando la mediazione dello zio Ruggero I, fratello del Guiscardo e Conte di Sicilia, ottiene i frutti desiderati, i fratellastri si accordano sulla spartizione del ducato e Boemondo, cui è toccata la parte sudoccidentale della Puglia, subito dopo si lascia afferrare dal "morbo" della Prima Crociata, che gli porterà il titolo di principe della turca Antiochia, sul confine siriano. Prima di partire il 1096, come ogni buon crociato che si rispetti fa testamento e suddivide i propri possedimenti fra Ruggero, il quale conta le ore che dividono il fratellastro dalla partenza, e il nuovo Conte di Matera, Amico (si chiama proprio cosi!), figlio di Roberto della famiglia dei Loffredo, imparentata coi Normanni.

Ancora prima di arricchirsi con l'annessione di ulteriori terre, la buona oculata soprattutto ordinata gestione del Conte Roberto ha portato la città a livelli mai raggiunti prima coi Bizantini. La legge, dura ma giusta, è diventata uguale per tutti. La distribuzione delle campagne e dei suoi frutti è risultata, almeno per il tempo, equa e accettabile. L'organizzazione amministrativa precisa e affidabile, al pari di quella giurisdizionale. Tutto sommato, si è proceduto a vele spiegate godendo della pace finalmente ritrovata e dimentichi delle antiche e recenti lotte che hanno portato i Materani a soddisfare il loro spirito di ribellione prima coi Longobardi quindi coi Bizantini, non sopportandone angherie e fiscalismo.

Ma se uno nasce quadro, non può morire tondo. E viceversa. L'anima rivoluzionaria intrinseca nella psicologia del popolo impossibilitato a gestirsi l'esistenza come meglio gli aggrada, è sempre pronta a manifestarsi. Succede così anche con gli ennesimi dominatori. L'occasione è offerta dalla morte di Roberto Loffredo. Il 27 luglio 1080, spira colui che si vuole liberatore della città. Ottima occasione per scrollarsi di dosso il tallone normanno, anche se non eccessivamente duro e spietato. Il figlio Amico non fa a tempo a seppellire il padre e insediarsi quale nuovo Conte di Matera, che la popolazione insorge. Con un movimento di massa degno di miglior causa, e ne spiegheremo subito le ragioni, costringe il poverino a fuggirsene dalla città protetto dalla scorta armata, impedendogli in pratica di rivelare le proprie intenzioni e metterlo nelle condizioni di mantener fede, o meno, al nome che porta.

A prescindere dal legittimo desiderio di sfogare i propri aneliti di libertà, non si comprende bene il programma dei rivoltosi. In genere, quando si dà vita a certe agitazioni, è prevedibile che esse abbiano le spalle coperte. In altre parole: chi sta dietro i Materani? Chi soffia sulla fiammella della libertà o tenta di strumentalizzarla promettendo, è pensabile, appoggi e protezioni che sia ovviamente abbastanza vicino, proprio in termini geografici, da poter intervenire a cose fatte e garantire, o il proseguimento della lotta, o l'instaurazione di un nuovo ordine? Guardiamoci allora intorno. Chi c'è al di fuori della normanna Contea di Matera? Altri Normanni, altre Contee rette da altrettanti Altavilla, l'antica famiglia originaria di Coutance in Normandia dalla quale sono provenuti i Guglielmo "Bracciodiferro", i Drogone, gli Umfredo, e poi i Roberto il Guiscardo, i Ruggero, i Boemondo.

I Bizantini? Battuti sonoramente due volte tra marzo e settembre del 1041, si sono più o meno timidamente riaffacciati una decina d'anni più tardi riconquistando qualche città. Matera stessa è ricaduta in loro mani fra il 1052 e il 1054. Ma sono ormai quasi vent'anni che il dominio normanno si è rafforzato e stabilizzato. Poco plausibile pertanto, volendo concludere l'ipotesi bizantina, la provenienza di aiuti da questa parte. I papalini, stretti vicini di casa? Ne hanno prese tante dagli irruenti "uomini del Nord", con pontefici imprigionati o coartati a concedere titoli nuovi di zecca, leggi "Duca di Apulia e Calabria", da pensarli ancora intenti a leccarsi le ferite. E poi, gli ultimi padroni di gran parte del Sud stanno mantenendo fede ai patti. Si sono tranquillizzati. Non distruggono più conventi o radono al suolo chiese. Anzi, ne vanno costruendo sempre di nuove. Favoriscono il monachesimo benedettino. Non si può accusarli di nulla. E allora… chi?

Sembra strano, ma i Materani non hanno proprio nessun complice, alleato o fomentatore che dir si voglia, dietro di sé. La loro azione - l'aver messo in fuga il Conte Amico dei Loffredo - è da ritenersi alla fin fine una sorta di rivincita nei confronti del più forte. La solita reazione, in altri termini, del più debole che approfittando di qualche sfilacciatura nella normale conduzione dell'esistenza, vedi la morte del conduttore, si lanci a testa bassa pensando di ottenere tutto con poco e quindi, accecato dalla furia del momento, dimentichi le più elementari regole della programmazione. Le quali sono per intero racchiuse in un solo brevissimo interrogativo: e dopo?

Cosa succederà poi, infatti, i Materani non se lo pongono minimamente. Hanno saputo che la sede del potere centrale è vacante e ritengono propizia l'occasione per fare un po' di confusione, così… tanto per andar dietro a progetti anarcoidi? E no, sarebbe riduttivo e semplicistico. Però il discorso è tanto vasto, dovendo prendere in considerazione tante di quelle variabili, che preferiamo tornare al nostro amico... Amico. Cacciato da Matera con l’intero presidio normanno, è costretto a rifugiarsi presso uno degli innumerevoli parenti, diretti o acquisiti, reggenti qualche Contea. Non deve fare molta strada, a suffragio e avallo della presenza di quel cordone di gente normanna che fa da corona a Matera. Pare, difatti, che gli sia sufficiente raggiungere la vicinissima Gravina e trovarvi tutta la protezione di cui ha bisogno. Il Conte della cittadina pugliese è Normanno. Non può essere altrimenti. Lo denuncia il nome stesso: Umfredo, come il più giovane dei tre fratelli figli del capostipite Tancredi d'Altavilla, primi, fra quelli che contano, a scendere nel Meridione della penisola.

Amico se ne rimane tranquillo e pacifico presso la corte gravinese. Non fa nulla, assolutamente nulla, per tentare di riprendersi il potere. Il motivo? La mancata risposta agli interrogativi che ci ponevamo in precedenza. Conosce benissimo, cioè, che i Materani non possono vantare alcun aiuto esterno. Passata la prima violenta sfuriata, torneranno a rintanarsi nelle loro case, coda fra le gambe, ancora una volta scornati. E lui potrà rientrare e restaurare la propria dominazione. Sarà un ritorno vendicativo o tranquillo? Si caverà qualche soddisfazione o farà finta di niente? Indulgerà nella consueta reazione alla quale si lasciano normalmente andare quelli della sua razza o metterà una pietra sopra il recentissimo passato?

In tali angoscianti dubbi si dibattono caporioni della rivolta e agitatori del tutto gratuiti. Non c'è stato, non c'è e non ci sarà nessuno che li abbia pagati o li pagherà per la sconsiderata, tutto sommato, operazione condotta in un attimo di debolezza del governo della Contea. Superato, come ha con lungimiranza previsto Amico Loffredo, il primo caotico istante della inutile ribellione, i Materani cominciano a domandarsi i "prò" della rivolta. Cosa fare? A quale santo votarsi? Più che altro, forse, li preoccupa - per non scrivere li intimorisce - la mancata immediatezza della reazione normanna. Anzi, l’assenza assoluta di notizie del Conte. Non è tornato indietro in forze. Non ha inviato ultimatum di resa. Non ha mosso un passo o alzato un dito, neanche per interposta persona.

Sempre più il popolo di Matera arriva alla conclusione che il suo ex-reggente lo stia lentamente cucinando nel proprio brodo. Una volta convinto di ciò, ricerca - o accetta, non si sa bene - la mediazione dei più vicini feudatari. Presenta loro le personali istanze o china il capo alle eventuali, probabili condizioni? Anche questa sfumatura è nelle pieghe a volte grigie della Storia, e il 14 agosto, diciotto giorni esatti dopo la velleitaria "rivoluzione", riaccoglie il suo Conte a braccia aperte. Fra i tanti dubbi appena espressi, un fatto è certo. Amico riprende possesso delle sue proprietà, che con tanta avventatezza e imprudenza hanno tentato di strappargli, nella maniera meno abituale per un Normanno: invece di condannare o esiliare o addirittura giustiziare i notabili della città, non privi sicuramente di responsabilità, li colma di "ricchezze e onori". Al posto dell'immaginabile tartassamento fiscale nei confronti dei sudditi nel loro complesso, ne sgrava i redditi da tasse e dazi facendo capire a tutti che gli preme il loro benessere e ne favorirà le aspirazioni con una politica non nuova, dato che non gli è stata offerta ancora la possibilità di attuarne una, ma tutta sua. Cioè dell'erede di una Contea appena passata nelle sue mani per la morte del padre Roberto.

Capiscono, i Materani, il grave errore nel quale sono caduti? Non può affermarlo nessuno. Si saranno ricreduti quando, accanto alle prime manifestazioni di "perdono" e disponibilità del governo, assisteranno alla solenne consacrazione della Chiesa di Sant'Eustachio, nell'anno 1082, nel cui progetto il loro Conte avrà tanta parte? Avranno compiuto su se stessi autocritica, valutandone il ponderoso quanto ponderato programma economico inteso a migliorare le tecniche agricole, incrementare la produzione artigianale, stimolare la crescita intellettuale… pure… della città? Sebbene possa risultare difficile ma per certi versi facile rispondersi, resta la certezza che con Amico dei Loffredo Matera vive uno splendido periodo, intessuto di pace interna, florida economia, crescente prosperità. E con la città cresce anche la notorietà del personaggio e la sua importanza politica. Rafforzato il potere nella e della Contea, non può fare a meno, con una punta di legittima vanità, di firmare atti e documentazioni con l'apposizione di "inclitus Comes", egregio illustre Conte della Città di Matera. O di farsi ricordare assimilato al dio pagano Marte per l'indiscutibile potenza conseguita. Mai dimenticando tuttavia il popolo suddito, pur nella ricerca della personale ambizione da gratificare con giudizio ed equilibrio.

Cotanto "amico" della città parte per lidi ultraterreni sul finire dell'estate 1101. All'atto della successione non si ripeterà il medesimo insulso tentativo di ribellione da parte dei Materani. Il figlio Alessandro ne erediterà il titolo di Conte nell'ordine più totale, ancorché venato da ovvie manifestazioni di lutto. Il popolo ha finalmente compreso, adesso possiamo esserne sicuri, che di questi Normanni, dei Loffredo in particolare, ci si può fidare. E al nuovo Conte testimonia la propria devozione, auspicando per lui, per la città e per se stesso, destini ancora migliori di quelli vissuti dal padre. La strada è stata tracciata... ma la Storia è carogna. Questa, comunque, è un’altra… storia… appunto!








2011. Piero Giannini








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