Commentare: 23.06.2010 20:12
All’inizio c’era un guado… così ha inizio la storia di Roma.
Il guado, formatosi naturalmente in una grande ansa del fiume Tevere per l’accumulo di materiali trasportati dalla corrente, divenne luogo di incontro e di commerci di genti italiche che si stanziarono sulla riva sinistra del fiume creando poi le premesse per la fondazione di una città.
Col passare del tempo i detriti si accumularono, si sedimentarono, riempiendo l’ansa del fiume e non venne meno, col tempo, soprattutto l’opera dell’uomo alla costituzione di un’isola nella sua morfologia definitiva. Si tramanda che al tempo della cacciata da Roma del re Tarquinio il Superbo (510 a.C.), c’era una messe di farro maturo da mietere nelle terre dei Tarquini in Campo Marzio. Ma poiché sarebbe stato sacrilego approfittare di quel raccolto, la gente accorsa, tagliate le spighe con tutto lo stelo, le mise dentro delle grosse ceste e le gettò nel Tevere; furono anche abbattuti gli alberi che crescevano nel Campo e scaraventati nel fiume: la melma trasportata dal fiume si consolidò intorno ad essi formando un unico blocco compatto che si ingrandì sempre di più con il deposito di altri rifiuti rendendo quell’area tanto solida ed elevata da costituire un’isola e poterci costruire templi e portici. Il primo tempio sorto sull’isola (Insula Romae, Insula Tiberina, Insula Tìberis) fu quello dedicato ad Asclepio, il dio greco della medicina che rappresentò per l’antica Roma la fine di una medicina puramente domestica gestita dal pater familias e l’inizio di una medicina scientifica.
Intorno all’anno 293 a.C., una terribile pestilenza colpì Roma contro la quale nulla si potè. Trascorsi due anni il Senato romano chiese l’intervento dei decemviri sacris faciundis (collegio di sacerdoti), i quali consultati i Libri Sibillini sentenziarono che la peste sarebbe finita portando a Roma il simulacro del dio Asclepio. Una delegazione si recò a Epidauro nell’Argolide dove nel tempio dedicato al dio viveva il serpente sacro, simbolo del suo potere guaritore (uscendo dalle viscere della terra, il serpente raffigura tutte le proprietà - benefiche e non - delle piante medicinali).
La leggenda vuole che il serpente uscì spontaneamente dal suo nascondiglio, raggiunse la triremi romana e si accovacciò sul ponte rimanendo tranquillo per tutto il viaggio. Attraversato il Tirreno la nave iniziò a risalire il fiume Tevere e in prossimità dell’Isola Tiberina il serpente con un balzo saltò dal ponte nascondendosi tra i canneti e le ortiche dell’isola.

Esculapio, sotto forma di serpentello, salta dalla nave romana nelle acque del fiume Tevere, qui rappresentato come un dio (stampa popolare del XVIII secolo)
I Romani compresero che questa doveva essere la nuova dimora scelta dal dio stesso a cui fu dato il nome latino di Aesculapius (Esculapio). La pestilenza, d’improvviso, scomparve dalla città ed il Senato decise di edificare sull’isola “un tempio al divino Esculapio nel nascondiglio del divino serpente” il cui culto sostituì quello delle tante divinità preposte alla salute (Strenua, Salus, Cardea, Febris) ereditate dagli Etruschi.
Il tempio fu circondato da portici destinati al ricovero dei malati e l’isola, chiamata Insula Aesculapii o Insula serpentis Epidauri, diventò una specie di lazzaretto dove inizialmente venivano abbandonati gli schiavi malati. Unico medicinale era costituito dall’acqua di una fonte miracolosa e coloro che riuscivano a sopravvivere diventavano uomini liberi.
In seguito il tempio fu affiancato da un asclepieion (un ospedale) che accoglieva tutti i cittadini malati; questi venivano sottoposti a vari trattamenti “magici” dai sacerdoti-medici, i quali, addormentati i degenti, praticavano veri e propri atti terapeutici ed anche piccoli interventi chirurgici. I pazienti credevano di guarire per l’intervento del dio.
Con la continua pratica dei malati e delle malattie i sacerdoti cominciarono a delineare le prime basi concrete della patologia e della terapia ma la legge del tempio continuava ad esigere che tutto si svolgesse nel segreto sub specie divinitatis e che le prescrizioni apparissero sempre dettate non dagli uomini ma dalla divinità.
Con il passare del tempo le cure diventarono sempre meno magiche e sempre più razionali e in quest’attività si inserirono in modo più massiccio medici empirici “laici” che si andavano via via formando nelle scuole annesse ai templi della medicina (gli ospedali), sorti in città.
In età imperiale il culto di Esculapio raggiunse il culmine; all’isola fu data, con la costruzione di un’apposita muraglia in travertino, la forma di una nave con al centro un obelisco in funzione dell’albero maestro, a ricordare l’imbarcazione che avrebbe portato proprio sull’isola il serpente sacro di Epidauro. Ancora oggi, seguendo il muraglione verso valle, si possono osservare i resti della sistemazione monumentale che modellano l’isola a formare la prua di una nave e sui blocchi di travertino si riconoscono scolpiti il busto di Esculapio e il “caducèo”, il bastone simbolo della medicina cui è avvolto il serpente sacro che simboleggia le virtù medicinali delle piante che, come lui, emergono dalle viscere della terra.

L’isola Tiberina ovvero la nave di Esculapio

Il doppio serpente avvolto lungo l’asse del caduceo è rimasto ancora oggi il simbolo della professione medica e simboleggia il dominio delle energie contrastanti che, attorno ad un asse centrale, tendono a ricongiungersi e ad annullarsi, per ristabilire quell’equilibrio compromesso dalla malattia
Con l’avvento del Cristianesimo il culto per il dio della medicina cominciò gradualmente a declinare e subentrò quello per i santi taumaturghi. Sull’area del tempio di Esculapio in rovina, intorno all’anno 1000, fu edificata una chiesa per volontà dell’imperatore tedesco Ottone III in onore del suo amico Adalberto, vescovo di Praga, martirizzato nel 998 in Prussia dai contadini pagani ed elevato agli onori degli altari dal Papa Silvestro II.
In questa chiesa furono traslate le reliquie di alcuni Santi tra cui quelle di San Bartolomeo. Era questi un apostolo del Maestro, martirizzato in Armenia dopo numerosi viaggi missionari in Oriente. A lui vengono attribuite molte guarigioni miracolose e soprattutto lo si invoca per scacciare i dèmoni che recano malattia o che inducono turbamento psichico, cosicché ha legittimamente ereditato nell’immaginario medievale le funzioni del dio guaritore Esculapio. Per i tanti miracoli che gli vengono attribuiti dalle leggende in una certa sfera occulta, è acclamato patrono degli indemoniati, degli ammalati di convulsioni, di paralisi, di disturbi psichici.
La Chiesa fu poi intitolata a San Bartolomeo ed ebbe un suo sviluppo storico caratterizzato da successive stratificazioni che la resero indicativa di una evoluzione cultuale che si snoda nell’arco di diversi secoli. In particolar modo si rileva la presenza di un pozzo inglobato nella chiesa stessa, le cui acque erano ritenute prodigiose e che, frequentato a scopo taumaturgico sin dall’epoca cristiana, consente ai fedeli di riconoscervi un segno di continuità con il passato.
Ancora nel Cinquecento i malati che si recavano nell’ospedale dell’isola tiberina spesso trascorrevano la notte in preghiera nella chiesa di San Bartolomeo prima di presentarsi ai medici, perpetuando in tal modo l’antico culto pagano.
Sull’altra metà dell’isola esisteva già dall’anno 468 un’altra chiesa, sorta sui ruderi del tempio di Giove, dedicata a San Giovanni Calibita le cui spoglie erano state traslate da Costantinopoli per salvarle dagli infedeli. Nel complesso di questa chiesa fu istituita una “infirmeria”, prova dell’esigenza sempre avvertita di preservare il carattere sacro dell’isola e di perpetuare la tradizione di religiosa hospitalitas.
A salvaguardia della salute pubblica, per tutto il medioevo furono istituiti dagli Stati italiani efficienti Uffici di Sanità che assicuravano nello stesso tempo, con prestigiose Universitas, adeguate fonti di apprendimento e di conoscenza. Contemporaneamente si andò sviluppando un organico sistema ospedaliero che garantiva già nel Quattrocento l’assistenza sanitaria nelle Fabbriche della salute, cioè nei premoderni ospedali, ispirato al concetto di hospitalitas.
Dell’hospitalitas si fecero promotori e custodi gli Ordini monastici, primi fra tutti i Benedettini che avevano iniziato a ospitare nel loro convento sull’isola tiberina tutti i “poveri di Cristo” obbedendo in modo prioritario alla principale norma della Regula Benedicti, cioè la cura del prossimo, oggetto di assistenza e di cura spirituale e corporale.
Nel tardo Quattrocento e nei primi decenni del secolo successivo la trasformazione dell’ospedale da puro e semplice ospizio a luogo di cura era definitivamente consolidata. Da una assistenza generica e in buona parte consolatoria, si era ormai passati ad una cura più razionale e specifica alla quale non partecipavano più i soli religiosi armati di tanta buona volontà e carità cristiana, ma medici veri e propri e chirurghi sempre più acculturati. A Roma erano sorti diversi “arcispedali”, ancora oggi operanti.
Nella seconda metà del secolo XVI nasce un ospedale modello sull’isola tiberina ad opera di un Ordine di laici fondato da Juan Ciudad, un ex soldato di origine portoghese, poi divenuto santo col nome di Giovanni di Dio. Egli, dopo una vita avventurosa e burrascosa, decise di dedicarsi agli infermi la cui assistenza doveva essere affidata a persone che avevano sofferto sulla propria pelle l’esperienza della malattia e che quindi si rivolgessero ad essi con l’amore e la comprensione: Infirmi infirmis curantur. Con due collaboratori, nel 1539, fonda la congregazione dei “Fratelli Ospedalieri” che in seguito verranno chiamati “Fatebenefratelli” per la frase abituale con la quale Giovanni, con una tinozza in spalla e due ciotole legate con uno spago a tracolla, era solito invitare i passanti a fare la carità. Iniziano la loro opera caritatevole a Granada prendendo in affitto una casa che verrà ingrandita e trasformata in un vero e proprio ospedale.
Dopo la morte di Giovanni, due confratelli decidono di venire a Roma nel 1570 ed aprono, nei locali abbandonati di una ex “casa degli orfanelli”, un piccolo “ospedale nuovo” capace di 20 letti.
L’istituto si sosteneva con le elemosine che i frati di Giovanni di Dio chiedevano nelle vie più affollate ripetendo, come il loro predecessore: “Fate bene, fratelli miei in Gesù Cristo, per amor di Dio”. Dopo tre anni, il papa Gregorio XIII assegna a questa congregazione, divenuta nel frattempo un Ordine religioso per volontà del papa Sisto V, la chiesa di San Giovanni Calibita sull’isola tiberina, l’ospizio limitrofo e una somma di 3000 scudi per le spese di ristrutturazione.
L’ospedale diviene, poco alla volta, un modello di efficienza: ogni degente aveva un proprio letto, coperte e cuscino, oltre la camicia, la berretta, l’asciugamano e in seguito anche le pianelle. Le lenzuola venivano cambiate spesso e in quel periodo si spendeva più per la lavandaia che per il medico. Fu un’istituzione unica nel suo genere poiché, oltre la pulizia, il rispetto per la tranquillità dei malati ottenuta per mezzo di tende che riparavano ogni letto, la cosa importante era che ognuno aveva una “cartella di memoria” su cui venivano annotate la dieta e le cure prescritte.
Grazie alla posizione della struttura che permise di isolare il contagio, i “Fatebenefratelli” furono al centro delle lotte contro le epidemie di peste e di colera che colpirono Roma più volte nel corso dei secoli. Anche la storia non è passata sull’istituzione senza lasciare segni: alluvioni del Tevere, minaccia di demolizione, espropriazioni, soppressione delle corporazioni religiose e commissariamento della gestione dell’ospedale, partecipazione alle lotte per la libertà nelle varie epoche storiche.
Alla fine degli Anni Venti l’aspetto generale dell’isola era pressappoco lo stesso dei secoli precedenti, con casette e casupole più o meno fatiscenti sorte addossate allo stabilimento ospedaliero. La grande svolta per l’Isola Tiberina si ebbe con la firma dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 che segnavano la riconciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, il quale riconosceva al Papa la sovranità sulla Città del Vaticano e agli Ordini religiosi il diritto di possedere immobili.
I nuovi diritti acquisiti con la Conciliazione posero tuttavia i gestori dell’ospedale “Fatebenefratelli” nella necessità di ammodernarlo e di portarlo all’altezza degli altri ospedali romani che l’avevano ormai superato in efficienza e attrezzatura.
Dopo un’opera di bonifica di tutto il territorio dell’isola, il nuovo ospedale fu realizzato nel 1932.
E’ superfluo dire che oggi l’ospedale dell’Isola Tiberina, oggi ufficialmente denominato “San Giovanni Calibita Fatebenefratelli” e classificato come Ospedale Generale di Zona si è perfettamente adeguato ai tempi; negli ultimi anni arditi lavori di ristrutturazione e di scavi hanno consentito di migliorare radicalmente le strutture, di razionalizzare gli spazi: luminose corsie e sofisticate apparecchiature testimoniano la continuità dello spirito di Esculapio, l’ininterrotta tradizione sanitaria che fa dell’Isola Tiberina “un’isola per la salute”.

Uno scorcio dell’ospedale Fatebenefratelli che occupa tutta l’isola Tiberina



