LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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LA MADONNA DELLA BRUNA: FRA MIRACOLI E STORIA

Autore: Piero Giannini
Commentare: 23.06.2010 19:35













Compare Michele - Mingioli e mastro ciabattino, per la cronaca - quel mattino del 1826 fu ben felice quando, alzando il capo dal banchetto di lavoro, si vide dinanzi la figura di compare Egidio – Porzio, ancora per la cronaca - venuto da Accettura a Matera per certe pratiche da sbrigare. Tanto contento da invitarlo a pranzo allettandolo con un buon piatto di freschissimo pesce. Fu mentre gustavano la prelibata pietanza, testa a testa nella medesima scodella, che compare Michele s'accorse di un cruccio il quale doveva preoccupare l'amico. Non temendo di peccare d'indiscrezione - si conoscevano da una vita e le reciproche visite erano frequenti, - stimolò compare Egidio allo sfogo.

Sembrava non aspettasse altro. Subito partecipò al compagno di tanti momenti felici la sua grande preoccupazione. Il figlio, da poco sposato, era stato colto da una grossa sventura. No, non proprio lui, ma era come se fosse capitata a lui. La moglie… la moglie lo stava portando alla pazzia. Non per colpa di lei, piuttosto per una disgrazia occorsale. Si era dissetata un giorno a una sorgente e da quel momento non s'era capito più nulla in casa. A primo colpo, i cerusici avevano diagnosticato gli strani sintomi che la donna manifestava, mai avendo dato fra l'altro tali segni, come effetti di una qual forma isterica. Poi, piano piano si erano ricreduti, in quanto non tutto rientrava nello stesso quadro clinico, e qualcuno aveva già avanzato l'ipotesi che la povera donna, sì, la disgraziata, era… insomma, era posseduta dal demonio!

Spostiamoci un attimo di 36 miglia circa e portiamoci ad Accettura. Nello stesso istante in cui i due amici sedevano a tavola e il Porzio si sgravava del gran peso che aveva in corpo, la nuora, Felicia, raccontava per filo e per segno a marito e parenti in apprensione ogni parola, ogni frase, persino il menu che i compari stavano consumando. Quindi, in un crescendo di emozioni che quando giungevano al parossismo spaventavano non poco chi le stava intorno, aveva cominciato a parlare di una catena che compare Michele voleva dare a compare Egidio. A mano a mano che l'aggrediva la smania causata da questa catena che nessuno comprendeva cosa volesse significare, l'invasata minacciava il marito di non farsi trovare quando sarebbe ritornato il suocero, non tanto per lui quanto per… "chi verrà". I parenti, fra lo sbigottimento generale e la gran confusione che s'era creata, tentarono di acquietarla. Ma la visione del guinzaglio che a sera l'avrebbe incatenata, procurò a Felicia una di quelle crisi che i parenti ben conoscevano e, sapendone la causa, temevano al pari di spirito maligno. Appunto.

Torniamo a Matera. Dopo aver sfogato ogni suo guaio, compare Egidio aveva ricalato la testa nel piatto e ripreso a desinare. Per poco non gli andò una spina di traverso quando l'amico prese a dire che una soluzione alla strana vicenda poteva anche offrirgliela lui. Quasi si strozzò quando compare Michele cavò fuori da un cassetto segreto un pezzetto di stoffa e glielo porse. Per la verità, non credette a quanto gli si diceva di fare - appiccicare, cioè, il lembo di tessuto sulla pelle della nuora, - al punto che quando fu di ritorno in Accettura, se l'era quasi bell'e dimenticato.

Accolto dai parenti che gli erano andati incontro, rimase come un allocco ascoltando dal figlio ogni discorso fatto col compare materano e l'elenco dei piatti mangiati. Comprese che la sua perfetta conoscenza di quanto accadutogli proveniva da quella indemoniata della moglie, ma non capì l'accenno alla catena. Fin quando, rimuginandoci sopra durante il cammino verso casa, non la collegò alla striscia di stoffa che compare Michele gli aveva donato. La nuora allora, ragionò, ben sapeva l'importanza e la pericolosità, per lei, del tessuto. Era questo, la chiave della sua agitazione e, chissà, della guarigione.

Senza perdersi in chiacchiere, mise a parte della faccenda il figlio e accelerò il passo verso casa. Più i due si avvicinavano all'abitazione e più cresceva la smania di Felicia, tanto che a un certo punto dovettero tenerla ferma per le gambe e per le braccia in tre o quattro, poiché ormai era decisamente fuori di sé. Quasi a esorcizzare il diabolico momento, ci si faceva il segno della croce a ripetizione e qualcuno aveva già intrapreso la solita serie di giaculatorie cristiane. Fu necessario l'intervento dei vicini, attirati dalle urla demoniache della povera Felicia, appena compare Egidio mise piede, in casa.

Se non ci fossero state braccia in gran numero a tener ferma l'ossessa, sicuramente sarebbe fuggita. Ma anche cosi non riuscirono ad appiccicarle addosso la "reliquia" di compare Michele. Ci fu chi pensò allora che avrebbe sortito il medesimo effetto, qualora fosse stato vero quanto affermato dal materano, se gliela avessero cucita sulle vesti. E cosi si fece. Appena l'ultima passata d'ago assicurò il lembo di stoffa al grembiule della donna, ormai palesemente posseduta dal diavolo, costei cadde in una sorta di catalessi. Quasi un coma profondo.

Dormì l'intera notte. Al mattino nessuno riuscì a ridestarla e continuò a dormire. Così la notte seguente e il dì che venne. E l'altra notte ancora e l'altro dì. E mentre dormiva, sognò. Sognò una imponente matrona che le insegnava una canzoncina e la obbligava a intonarla alla Madonna. Poi la informava che "quella" Madonna si trovava nella Cattedrale di Matera e le consigliava che sarebbe stata buona e ragionevole cosa mettersi in viaggio verso la città e andare a renderle omaggio. Doveva, tuttavia, osservare certe condizioni. Giunta cioè ai confini di Matera, occorreva lei si fermasse nei pressi di due alberi. Più che la sua volontà, uno sciame di farfalle venuto fuori dagli alberi medesimi le avrebbe impedito di proseguire. In quel momento doveva liberarsi delle calzature e solo così le farfalle l'avrebbero lasciata libera di procedere, naturalmente a piedi nudi.

Tre notti e tre dì di seguito, dormì Felicia. Poi si svegliò. La prima azione che compi fu rovesciare un grosso anello di ferro, quindi raccontò. Non dava più segni di indemoniamento. Per confermarne la sanezza, fu d'uopo seguire alla lettera le istruzioni ricevute in sogno dalla misteriosa matrona. Durante il viaggio, ogni cosa accadde come era stata preannunciata. Finalmente nel Duomo, Felicia confessò ogni peccato e si comunicò. Quindi si dette l'avvio all'ultima fase della liberazione dallo spirito maligno: l'omaggio alla statua della Vergine, la Madonna della Bruna, mai vista prima dall'ormai ex-ossessa. Grande ne fu la meraviglia quando, nell'effigie della Madre di Cristo, riconobbe la matrona del sogno. Da quel giorno, Felicia trascorse un'esistenza tranquilla e serena.



L'incredibile vicenda appena narrata fa parte del processo di incoronazione della Patrona di Matera caduta l'anno 1843. II lembo di stoffa offerto da Michele Mingioli, materano, al compare Egidio Porzio, di Accettura, altro non è se non un pezzzetto-reliquia della veste della Madonna, la cui festa cade il 2 luglio. Altri "miracoli" sono ricordati nel carteggio inviato al Vaticano per sollecitarlo alla cerimonia della Incoronazione della Vergine. In ciascuno di essi, se ne verifica sempre l'intervento. Così il 1795, quando la mortale malattia che colpisce un dodicenne si tramuta in improvvisa guarigione solo per averne impetrato l'intercessione. O come il 1810, anno in cui l'ex-provinciale degli Agostiniani si ritrova miracolosamente illeso sulla sponda di un fiume in piena mentre ne tenta il guado. O ancora il 1840, che vede guarito da inarrestabile tifo maligno un Canonico, e il 1841 quando le campagne finalmente ricevono la sospirata pioggia, dopo un lunghissimo periodo di siccità, a seguito di cinque giorni di pubblica venerazione dell'immagine della Madonna della Bruna.

Una delle svariate suppliche a lei dedicate così recita: "A te, o clementissima Regina, che sopra sfolgorante soglio, adorna di dodici stelle, hai per isgabello i lucenti e girevoli segni del Cielo; a te, Vergin madre dell'increato verbo; a te simboleggiata dalla sposa de' cantici, il cui bruno non offusca, anzi accresce la beltà natìa; a te che sola, fra la innumerevole schiera di donne, sapesti compiacere all'Eterno; a te che comunque figlia di Eva, nascesti senza macchia, emendasti l'error della madre, e mercè di un frutto divino, convertisti in vita l'albore di morte...".

L'abbiamo scelta, fra le tante, per alcuni riferimenti che c'interessano. Innanzitutto, il nome. Perché "della Bruna"? In molti si sono messi a comprenderne l'origine. C'è chi si riallaccia alla dizione dialettale storpiata di "Ebron", la montagna della Giudea (927 mt.) su cui sorge l'omonima cittadina alla quale si sarebbe portata Maria, in visita alla cugina Elisabetta, per annunciarle il prossimo evento divino. La festa patronale del 2 luglio è anche intitolata, infatti, "della Visitazione" e a questo richiamo si ricollega un aspetto folkloristico di cui diremo. E c'è invece chi, con un volo pindarico degno di migliori destini, vuole la connessione col medioevale latino "bruna" inteso per corazza. Quindi, Madonna della Bruna ovvero Madonna che protegge.

Forse, molto più semplicemente, l'apposizione intende farne risaltare il colorito del volto raffigurato sul quadro. Di evidente ispirazione bizantina, ha in sé ogni caratteristica della iconografia orientale classica. Su tutte, tralasciando stile e presenza di varie lettere greche (anche nell'affresco in questione): le dimensioni dell'occhio, la raffigurazione a mezzo busto e la posizione del Bambino appoggiato sul braccio sinistro. Di conseguenza, anche il pigmento brunastro del viso. Tale immagine, oggi sull'altare dedicato alla Madonna, un tempo si trovava direttamente sul muro vicino all'ingresso principale del tempio. Il 1576, quando ormai il culto per la Vergine è assurto a livelli grandiosi, un sacerdote ha la felice idea di espiantare il blocco di pietra dalla parete, incastonarlo a mo' di protezione in una imbracatura di ferro ed esporlo in miglior posizione alla venerazione della popolazione.

Da sempre, tuttavia, con sicurezza prima dell'anno Mille, alla Vergine si rivolge per grazie e miracoli la Matera religiosa, anche se all'epoca non la conosca col nome che le verrà assegnato nel corso della prima metà del 1200. Infatti è certo che un'altra immagine della Madonna - si ritrova nell'altorilievo scolpito sull'architrave del portone d'accesso principale e fiancheggiato dai Santi Pietro e Paolo - intesta la Cattedrale che prima è dedicata a Santa Maria di Matera, quindi a Santa Maria dell'Episcopio. Il cambio in "della Bruna" sembra legato al transito di Carmelitani in viaggio dall'Oriente verso Roma che portano con sé un quadro proprio con questo nome, dipinto nientemeno che dall'Evangelista San Luca. Le rassorniglianze e la gran fama di Vergine miracolosa che la segue quale coda di cometa, convincono i Materani a chiamare anche la loro in tal modo.

A parziale conferma, basta portarsi nel Monastero napoletano di Santa Maria del Carmine per poterla ammirare, fra l'altro proprio sotto questo nome. Già, poiché mentre si decide che la Madonna di Matera venga ribattezzata "della Bruna", l'immagine stessa che ha provocato il cambio della denominazione a sua volta è ribattezzata S.ta Maria del Carmine. Si ha l'impressione, insomma, che di Santa Maria della Bruna debba essercene solo e soltanto una.

Quale sia il giorno a lei dedicato sin dal suo primo “apparire”, non è dato sapere. Infatti, il 2 luglio viene deciso e fissato da un ex-Arcivescovo di Matera, passato successivamente alla diocesi barese, divenuto papa col nome di Urbano VI. Il 1380 è l'anno in cui si stabilisce la data (o la nuova data, chi può dirlo) nel giorno che ancora oggi vede l'intera popolazione unirsi intorno alla sua protettrice. Ovvio che la festa non sia esclusivamente religiosa, ma assuma anche aspetti folkloristici, incentrati in un carro trionfale: "una mole colossale di due ordini interrotti, e guernita di figure istoriche a rilievo dell'antico testamento", come si esprimevano nell'Ottocento. Ricostruito ogni anno, in quanto sistematicamente distrutto al termine del corteo processionale, trasporta la statua della Madonna, che "elevasi nella vetta del second'ordine maestosamente", a simboleggiarne il ritorno dalla visita alla cugina S.ta Elisabetta.

Intorno al carro, il vorticare di cavalieri in costumi d'epoca e il lento passaggio di clero e autorità civili riecheggiano una coreografica pantomima che richiama popolo e abitanti dei vicini paesi. Assistervi è l'equivalente di un tuffo nel passato, quando lo sfarzo delle corti spagnole giungeva fino alla più lontana provincia e concedeva momenti di gioia e divertimento, non disgiunti da attestazioni di intima sicura fede.








Piero Giannini

















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