LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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QUANDO IL DELITTO D'ONORE "PAGAVA" E SI ERA ASSOLTI

Autore: Piero Giannini
Commentare: 01.03.2010 21:04

Un uxoricidio del primo Novecento, epoca in cui a un marito offeso era impossibile, pur volendo, stendere veli di 'pietà’









Il delitto d'onore! Ha sempre avuto un posto di primo piano nelle aule giudiziarie. Privilegiato da romanzieri e cronisti, da tempo ha perso il suo alone di mistero dell'anima, segreti d'alcova svelati, e la sua capacità di dividere l'opinione pubblica in colpevolisti e innocentisti. Un po' per la nuova legislazione, molto per quella parità di diritti fra uomo e donna che il femminismo migliore ha saputo conquistarsi, il delitto d'onore non fa più notizia, se non sia addirittura scomparso come soluzione di ménage familiari non esaltanti.

Quello che vogliamo raccontare oggi ce lo ha riportato alla memoria il cinquecentesco uxoricidio della bella Maria d'Avalos portato a termine dal marito tradito "don" Carlo Gesualdo, principe di Venosa. Oggetto della nostra “microstoria” n. 8 (segui http://www.microstorie.net/microstorie/index.php?cat=13&date=0&p=8 di gennaio 2009), ci ha offerto un quadro della società dell'epoca che non ha concesso molte attenuanti al consorte "cocus", come lo definisce il narratore francese Pierre de Bourdeille, signore di Brantôme. La popolazione, infatti, ne riconosce l'onore oltraggiato ma non accetta il massacro della moglie e dell'amante. Soprattutto non gradisce lo scempio dei corpi e l'esposizione dei cadaveri sulla scalinata di accesso alla principesca residenza dei Gesualdo, in cui avviene il duplice delitto. Tanto da costringere il deluso Carlo a tornarsene, beffato, nella sua Venosa. "Cornuto" (cocus, appunto) "e mazziato", dicono i napoletani.

A quattro secoli di distanza, al contrario, le cose sono un po' cambiate. E' nei primi anni del secolo scorso che accade un altro uxoricidio dal finale totalmente opposto all'esito della vicenda d'Avalos-Gesualdo e, sullo sfondo, un genere di "onore" diverso rispetto al tradizionale. Accenniamo subito al risultato finale. Il marito assassino della nostra eroina, come non definirla tale, verrà... assolto dall'imputazione, essendogli riconosciute tali e tante attenuanti che, quasi quasi, in galera sarebbe dovuto finirci il cadavere della moglie! E passiamo all'onore. Questa volta l'offesa non proviene da un tradimento coniugale, bensì da una reputazione messa in discussione dal rifiuto della giovanissima consorte a consumare il matri moni o.

Teresa Tito, questo il nome della sfortunata fanciulla, è promessa sposa alla tenera età di sedici anni. Quando ancora recente e carezzevole, e fresco nella memoria, è il ricordo della bambolina di pezza, frutto della sapiente manipolazione di un semplice e misero straccetto, la giovinetta viene "destinata" dai genitori a un paesano, giovane anche lui per la verità, che l'ha chiesta in moglie. Unico pregio del pretendente - agli occhi dei futuri suoceri perché molti sono i difetti che scorge l'adolescente Teresa - è di essere proprietario di un orticello che farebbe gola a chiunque. I genitori della ragazza vi hanno messo sopra pensieri e smanie, e attraverso la figlia intendono goderne i frutti.

Può l'egoismo personale superare e prevaricare i sentimenti di un altro individuo? Certo, specialmente quando la società è di quelle che ritengono oggetto la donna, moglie o figlia che sia, e pertanto in grado soltanto di ubbidire a certi ordini e ossequiare determinate norme consuetudinarie. Teresa "deve" sposare quel giovanotto. Lui l'ha chiesta e lei non può fare altro che sottostare al comando. Ormai è deciso. E se la piccola non vuole? E se chiunque abbia ficcato il naso nella faccenda si sia espresso negativamente? Pareri e "voglie" che lasciano il tempo che trovano. Cosi è deciso, e così ha da essere.

Teresa sposa colui che non desidera. Prima il matrimonio civile che, scriverà qualcuno, "pei nostri contadini è qualche cosa soltanto ma non tutto, e non ne comprendono la irrevocabile fatalità". Forse nel cuore della ragazza si apre una strada alla speranza: sapersi legata, anche se non ancora religiosamente, può abituarla a quell'idea e prepararla ad accettare il vicino rito in chiesa e la successiva coesistenza e coabitazione come qualcosa di ineluttabile, da subire inesorabilmente come tutto ciò che venga imposto con la forza e la volontà altrui. O forse accade che risulti troppo forte il richiamo di un paio d'occhi ancora più belli di quelli che la domineranno, e di un volto ancora più gradevole di quello che dovrà accarezzare violentando se stessa? Non lo sapremo mai.

Un fatto è certo, però. La fanciulla, recalcitrante, ma all'apparenza serena e domata, segue lo sposo aborrito anche in chiesa. Errore? E chi lo sa. Poteva evitarlo e prendere prima la decisione che ne segnerà il destino? Chi può dirlo. Di sicuro, Teresa non è riuscita, nell'intervallo di tempo fra le due cerimonie, a sopportare l'idea di trascorrere la propria quotidianità accanto a un uomo che non conosce e non vuole conoscere, non gradisce e nessuna forza interna o esterna le insegnerà mai ad accogliere fra le braccia. Oppure non ce l'ha fatta a dimenticare quegli altri occhi, quell'altro volto, non avendo trovato in sé le energie idonee a cancellarne fattezze e piacevolezze.

Quando s'accorge che ormai l'acqua le è giunta alla gola e non può più affidarsi all'eventualità di una risposta negativa dall'altra parte, di un suo tirarsi indietro, convintasi che la propria ribellione non verrà mai annullata totalmente, Teresa Tito medita la fuga. Ha tentato, invano, di far capire al "mezzo" marito che la propria è una repulsione autentica. Ha espresso senza soluzione di continuità la personale opposizione a un legame che visceralmente non sente. Ha speso ogni parola di convincimento presso i genitori, più ostinati di lei. E adesso, che il rito religioso l’ha ormai avvinta indissolubilmente a chi respinge con ciascuna delle proprie facoltà, sceglie la fuga e… fugge!

La prima notte di nozze l'ormai "intero", ma solo formalmente, marito la passa in bianco. Lei la spende correndo quanto più lontano possibile dalla sua infelicità. L'attendono giorni di vagabondaggio solitario e disperato. E lei lo sa. Ma non la spaventano. L'attendono a ogni passo di via pericoli ancora più gravi di un matrimonio forzato. E lei li conosce tutti. Ma non le incutono il medesimo timore, la stessa paura, l'identica angoscia che l'esistenza in comune con un uomo non desiderato le ha instillato. L'unico pensiero che le frusta di continuo la mente è fuggire. Via. Lontano. Dalla casa paterna che l'ha considerata una suppellettile preziosa ma non tanto da ritenere che potesse anche alienarsi con leggerezza. Dalla nuova casa che l'avrebbe vista schiava sotto ogni aspetto, prigioniera di un mondo affatto ambito, avvinta da catene che una volta strett sarebbe risultato impossibile spezzare. Dalla presenza quotidiana accanto a lei di una persona che non è proprio in cima ai suoi pensieri e ai suoi desideri. Da tutto.

La fuga le è parsa l'unica soluzione possibile, adesso che ormai ogni cosa è andata per il verso storto. E lei fugge. Si ferma soltanto quando riesce ad accettare, dopo rovelli di coscienza e violenze alla personale indipendenza, che l'unica àncora di salvezza sia assoggettarsi a quella che qualche scrittore ha considerato "l'estrema umiliazione della povertà e della miseria" per le ragazze del nostro popolo: fare la serva. Andare a servizio presso qualche ospitale casa che non faccia troppe domande e la accolga così com'è.

La trova. E ritiene così di avere definitivamente chiuso col passato e aperto un nuovo ciclo alla propria esistenza. Non ha fatto i conti, però, con l'ostinazione dei genitori, fra l'altro sempre più pressati dal mancato marito. Costui sta per diventare ormai lo zimbello del paese. Sfottò e prese in giro non si contano più. La sua posizione sociale è diventata insostenibile. Ogni giorno che passa, ne ascolta sempre di peggiori. L'esasperazione lo sta sopraffacendo. Si diano da fare, i genitori di Teresa, altrimenti sarà costretto a pensarci lui. Minaccia fulmini e saette su tutto e tutti. Non c'è tempo da perdere. Basta con le chiacchiere. Adesso ci vogliono i fatti.

I suoceri, mancati anche loro, del giovanotto sempre più esacerbato da una situazione che effettivamente lo vede al centro degli sberleffi degli amici e oggetto di falso compatimento di paesani e conoscenti, si pongono in caccia. Scovano la figlia in un paese vicino. Non è poi andata tanto lontano. Riprendono i discorsi, suadenti e accesi. I convincimenti, blandi e violenti. Le minacce, aperte e velate. I tranelli, anche. Con uno stratagemma l'attirano in casa. La mamma inferma, il fratellino febbricitante. Fanno leva sui suoi sentimenti. Lei ci casca. Non è sorpresa quella che l'assale quando, invece di trovarsi al capezzale di un familiare gravemente ammalato, si vede di fronte il marito. E' avversione, repugnanza, repulsione... Odio!

E in lei si riaccende tutta la ribellione che l'ha spinta via dal paese. Insorge ancora più fiammeggiante in lei il raccapriccio di vedersi costretta a posare il proprio sguardo sulla fonte di ogni suo dolore. Si ravviva, alimentato da sentimenti di contrarietà oramai incontrollabili, la nausea della propria condizione di moglie "non-moglie". E più forte di lei, e di ogni sua disgrazia, è la decisione che la ghermisce all'improvviso. Non avete voluto capire nulla? non vi ha suggerito nulla il mio comportamento? la mia fuga non vi ha consigliato per il meglio? il mio assoggettarmi a una vita da serva non è stato in grado di aprirvi la mente e soprattutto il cuore? Bene, speriamo adesso che vi riesca il sangue. Pensato ciò … o detto (chi lo sa?) … Teresa afferra una piccola scure, sulla quale la frenetica esaltazione le ha guidato gli occhi, e con la forza della disperazione si trancia di netto due falangette della mano sinistra.

Il tempo vissuto con la convinzione che l''estremo gesto abbia finalmente persuaso un po' tutti torna a scorrere e la ragazza torna all'umile mansione di serva in casa d'altri, molto meglio che farla in casa propria. Ma non torna la tranquillità. E, come soldo chiama soldo, così sangue chiama sangue. La linfa vitale della disperata fanciulla, schizzata via dalle estremità delle dita amputate, non ha spento i bollori del marito mancato, mantenuti accesi dagli sfottimenti che non hanno trovato soluzione, neanche di fronte allo stoico atto di Teresa.

Le sue notti sono diventate un inferno. Quel grande letto vuoto non fa altro che rammentargli di continuo l'affronto subito. La casa preparata per una vita di coppia è diventata una bestemmia alle istituzioni, civili e religiose, calpestate dalla ribellione di una donnicciola che dovrebbe invece stare piegata in due, genuflessa dinanzi a lui, col suo tallone perennemente sulla nuca. Ovunque si giri, scova e trova testimonianze dell'offesa rivolta a ciò che taluno ha definito "imperialismo domestico" dei padri e dei mariti che "credono di avere sui figli e sulle mogli ogni dritto ed ogni potere, compresi quello della vita". Ciascun discorso, ciascuna frase, ogni parola che si sente rivolgere sono venate di sarcasmo e disprezzo. Ha consentito, in buona sostanza, a una donnetta "di resistere, di ribellarsi, di liberarsi" del suo potere e del suo volere. Lui, come i genitori di Teresa. Ma se loro non trovano né forza né coraggio – è sempre sangue del loro sangue – lui possiede questo e quella. E la misura è colma. Ora, basta! Basta veramente.

EPILOGO = Teresa Tito, come sua abitudine, sta tornando dal modesto fiume al quale si porta di solito per lavare i panni. Panni della famiglia che ne sfrutta energie e voglia di lavorare, che è poi desiderio di riscatto. Non s'è accorta di una furtiva presenza che ne ha spiato le mosse sin dal suo primo giungere all'ansa del piccolo rivo dove è più agevole sciacquare e risciacquare. E' solo ora, il cesto del bucato sulla testa, che la lunga ombra minacciosa rivela la propria animosità. Teresa solleva lo sguardo e lì, sulla roccia poco più in alto di lei, il marito insoddisfatto e vendicatore...

La scure si abbatte sul corpo della giovane senza un attimo di sosta, senza compassione, senza neanche concederle una preghiera. Ne fa scempio fino alla totale soddisfazione di un onore sbeffeggiato. Ogni colpo, un'offesa ricevuta. Da lei, dai parenti, dagli amici, dai compaesani. Quasi tutti mortali. Vibrati con la ferocia dell'animale che pure uccide in ossequio a una imprescindibile legge di natura, mentre nella circostanza non c'è che un falso, quanto dall'epoca sentito, bisogno di mettere ordine in uno stato delle cose che la fanciulla ha inteso volutamente stravolgere e quasi sovvertire.

L'uxoricida verrà arrestato. Ma nessuna pietà si leverà a piangere la sorte della disgraziata Teresa Tito. Si schiereranno tutti dalla parte dell'offeso. Esattamente il contrario di quanto accaduto per il principe di Venosa ricordato in esordio. Non ci sarà nessuno che lo riterrà veramente colpevole. Neanche giudici, giurie e tribunali. L'assassino tornerà libero al suo paese, assolto. Almeno dalla giustizia degli uomini. Lei riposerà in una anonima tomba, vergine.



© 2010. Piero Giannini




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