LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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ZOOM SU ROMA 3

Autore: Maria Teresa D'Orazio
Commentare: 26.12.2009 20:36

IN AGONE



Una vasta pianura, compresa tra la grande ansa del Tevere (il guado tiberino) ed i colli, rimase fuori dalle mura della Roma dei sette colli per tutto il periodo regio. Inizialmente chiamata Campo Tiberino fu proprietà dei Tarquini come agro regio; con l’instaurazione della repubblica divenne agro pubblico destinato alle esercitazioni militari, e denominato Campo di Marte (dedicato al dio della guerra), successivamente modificato in Campo Marzio.

La sua morfologia pianeggiante favorì, a partire dal II secolo a.C., lo sviluppo di una edilizia a carattere monumentale: templi, mausolei, terme, stadi, edifici per spettacoli, portici. Prima Giulio Cesare, poi Ottaviano Augusto, utilizzarono un’area del Campo di Marte per costruire stadi in legno per i ludi ginnici; mentre Nerone, tra il 60 e il 62 d.C., realizzò il grande Gymnasium e le Thermae per i ludi quinquennali (olimpiadi romane).

Domiziano, nell’86 d.C., istituì il certamen capitolinum in onore di Giove Capitolino: gare atletiche unite a competizioni artistiche, secondo l’armonica concezione ellenica e definite in lingua greca, agones: la corsa a piedi e l’eloquenza, il pugilato e la poesia latina, il lancio del disco e la poesia greca, il lancio del giavellotto e la musica. Per questi agoni quinquennali fu edificato, nel Campo Marzio, un complesso architettonico in travertino e laterizi che comprendeva uno stadio (circus agonalis) per le gare sportive e un Odeon per gli spettacoli. Lo stadio di forma rettangolare, con il lato breve curvo e l’altro rettilineo e leggermente obliquo, misurava 276 metri di lunghezza e 106 metri di larghezza: al centro, l’arena per lo svolgimento dei giochi, circondata da gradinate sospese su due ordini di archi per una capienza di 30.000 spettatori.

Nel Medioevo, mentre le strutture murarie dello stadio andavano inesorabilmente in rovina, nell’arena continuavano a disputarsi giochi agonali tanto che il luogo prese il nome di campus agonis e dalla corruzione del vocabolo agone, divenuto in seguito n’agone-nagone-navone, si è giunti all’appellativo di navona che è stato ufficialmente adottato.

Sui resti delle murature della cavea sorsero dapprima casupole e modeste abitazioni soppiantate poi da torri padronali e palazzetti di nobili. Nel 1477, nel campo agonale, fu trasferito un mercato ortofrutticolo e la zona si trasformò in una piazza mantenendo forma e dimensioni dell’antica arena. Oltre le bancarelle degli ortaggi cominciarono ad insediarsi botteghe di vasai, calderari, sediari, librai e stampatori, ricordati ancora in alcune vie limitrofe.




Via dei Sediari presso piazza Navona)






Nei secoli successivi gli intrattenimenti più vari presero il posto delle dispute sportive e la piazza, lastricata e dotata di fontane, divenne teatro ideale di giochi, feste e rappresentazioni sacre e profane. Una tradizione singolare, iniziata a metà del Seicento e durata fino all’Ottocento, fu la festa del lago: i sabati e le domeniche di agosto, la parte centrale della piazza che allora era concava, veniva allagata chiudendo gli sfoghi delle fontane. La piazza diventava un lago e i nobili davano spettacolo gareggiando con le loro carrozze a forma di gondole, mentre i monelli sguazzavano nell’acqua.

Si deve a Giovanni Battista Pamphilj l’eccezionale metamorfosi della piazza quando ascese al soglio pontificio con il nome di Innocenzo X (1644-1655), volendo creare per sé e la sua famiglia una sorta di piazza-cortile su cui affacciasse un proprio palazzo e una propria chiesa. Per questa volontà di grandezza, a partire dal 1644, ad opera degli architetti Girolamo e Carlo Rainaldi, si iniziò a demolire numerosi edifici sull’area circostante la piazza, compresa la piccola basilica di Santa Agnese, per poter ampliare il palazzetto della famiglia Pamphilj con annessa una chiesa come cappella gentilizia.





Piazza Navona conserva intatta la forma e le dimensioni dell’antico stadio di Domiziano





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Agnese, della nobile famiglia romana Clodia, una fanciulla di appena tredici anni, durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, si presentò spontaneamente a testimoniare la sua fede cristiana. Per ordine del Prefetto, il 21 gennaio 304, fu condotta nello stadio di Domiziano perché sacrificasse agli dei. Al suo rifiuto, il giudice condannò la fanciulla al pubblico ludibrio esponendola nuda in un lupanare (luogo di perdizione), ubicato presso un fornice dello stadio. Ma i suoi capelli prodigiosamente cresciuti la ricoprirono tutta, “e sulle nude membra lasciò cadere la chioma disciolta perché volto mortale non vedesse il tempio del Signore” (parole di un carme di Papa Damaso scolpite su una lapide presso la basilica della Santa). Il giudice poi ordinò al suo luogotenente di bruciarla sul rogo ma la fiamma si divise in due parti e appiccò il fuoco alla folla dei pagani presenti. Allora il carnefice immerse la propria spada nella gola della vergine ed Agnese affrontò eroicamente il supplizio, salda nella fede e intatta nella sua purezza verginale.

A sera i genitori ne ottennero il corpo e l’inumarono nel loro predio sulla via Nomentana fuori le mura, dove erano già sepolti, in gallerie sotterranee, altri cristiani. Nel 342, sopra l’area cimiteriale, per espresso desiderio di Costanza, figlia dell’imperatore Costantino il Grande, fu eretta una grandiosa basilica extraurbana in onore di Sant’Agnese e più tardi la stessa Costanza volle farsi erigere, accanto alla basilica, un mausoleo circolare per la sua sepoltura: monumenti che ancora oggi mantengono l’originaria struttura.

L’antico titulus posto nel 366 da Papa Damaso sul luogo dove Agnese subì il martirio, presso il campo agonale, divenne un piccolo oratorio nell’VIII secolo che fu ampliato e trasformato in una piccola basilica nel 1123 e consacrata a Santa Agnese in Agone da Papa Callisto II. Nel 1652 iniziarono i lavori per realizzare la nuova chiesa di casa Pamphilj trasferendone l’ingresso sulla piazza: la basilica perdeva così la sua funzione parrocchiale ed assumeva il nuovo ruolo di cappella privata, durato fino al 1992.



Rappresentazione di Santa Agnese illesa tra le fiamme (opera scultorea di Ercole Ferrata del 1660)






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La grandiosa impresa di assetto definitivo dell’antico campo di agone, voluto da Papa Innocenzo X, si avvalse dell’opera artistica di insigni e geniali architetti: Rainaldi, Borromini, Bernini, i quali crearono una equilibrata scenografia barocca trasformando piazza navona in una delle più belle piazze del mondo. Suggestioni diverse raccoglie anche oggi Piazza Navona per la sua straordinaria armonia che la pervade.
Piazza Navona, a notte, sui sedili stavo supino in cerca della quiete, e gli occhi con rette e volute di spirali univano le stelle, le stesse che seguivo da bambino disteso sui ciottoli dei Platani sillabando al buio le preghiere… (da “I ritorni” di “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo).














©2009 Maria Teresa d'Orazio
































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