LA MEMORIA DIMENTICATA


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a cura di Teresa Maria Rauzino

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L'AZIENDA AGRICOLA ANTE-LITTERAM DI ERNESTO FORTUNATO

Autore: Piero Giannini
Commentare: 30.09.2009 15:51








Quando si parla di Lucania, il pensiero corre subito a tre fra i nomi più ricorrenti nelle memorie della sua storia: Giustino Fortunato per la politica, Rocco Scotellaro per la letteratura, Carmine “Donatelli” Crocco per il brigantaggio. Eppure altre figure, non meno importanti, non meno interessanti, hanno costellato il percorso umano, sociale, culturale della Regione. Per parte nostra abbiamo cercato di riportarle alla ribalta in una serie di “nomi celebri” all'interno di una rubrica (Storicamente) tenuta su un quotidiano lucano tempo fa; ma nell'occasione un "amarcord" tutto suo lo merita Ernesto Fortunato, fratello del più famoso Giustino.

Di lui, Gaetano Salvemini scriverà che se la sua esperienza agraria fosse stata divulgata come meritava, di sicuro sarebbe riuscita - “più che mille volumi di astrazioni” - a ricercare la corretta “via per risolvere il problema” dell’agricoltura meridionale. Sembra la giusta lode rivolta a un personaggio nato dalla terra e in essa cresciuto seguendo il corso delle stagioni, spesso nemiche, talora benigne, e l'arco delle giornate contadine della seconda metà dell'Ottocento, monocordi, sempre uguali, senza orario. Si comincia all’alba e si va avanti fino a sera. Legge inflessibile di un padronato che solo Giuseppe Di Vittorio, e soltanto nei primi decenni del Novecento, riuscirà a bruciare sull’altare delle rivendicazioni bracciantili.

Sembra, si diceva, il coerente riconoscimento a un uomo del Sud che con la terra abbia avuto un rapporto continuo e programmato, permeato di quelle tante piccole sfumature che differenziano il campagnolo dal cittadino. Un campagnolo che abbia mutuato da una cultura più elevata il contatto proficuo con un genere di esistenza cadenzata su ritmi secolari, quasi arcaici, eppure affascinanti, ma sempre campagnolo. E invece, Ernesto Fortunato, nell’antivigilia delle lotte sindacali che solo col ricordato Di Vittorio cominceranno a prendere forma e consistenza, nasce avvocato. Nella Napoli postunitaria afflitta da problemi che si protrarranno maledettamente fino ai giorni nostri, don Ernesto ha tenuto fede agli impegni assunti verso se stesso e la propria famiglia: si è addottorato in legge. E non ha che vent’anni.

Il vento della cultura spirerà d'ora in poi fra i robusti rami di un nucleo familiare, originario del Salernitano, da sempre dedito all’agricoltura tanto che, alla ricerca di nuovi spazi, si è trasferito nel Vulture, incrementando cospicuamente le proprie fortune col sudore della fronte - unico “credo” il lavoro e la terra nel sangue - e permettendosi così il mantenimento dei figli in collegi e università napoletani. Pertanto, pur possedendo le citate componenti genetiche, alle quali per il momento non dà ascolto - non per non accettarle, ma perché distratto dagli studi di giurisprudenza, - Ernesto Fortunato, subito dopo la laurea, intraprende la carriera legale nell’affermato studio dell’avvocato Zeuli. Nel segno di una tradizione dell’avvocatura che risale ai tempi di Pietro Giannone, e ancora oltre, dà alle stampe i risultati da lui conseguiti di una controversia fra ìl Vescovo di Melfi e il Comune di Lavello per certi territori in contestazione sui quali il Municipio avanza pretese di uso civico.

La dotta argomentazione, almeno l'evento che sempre risiede nell'atto del “pubblicare” qualcosa di personale, scatena due riflessioni. La prima - che attiene alla precisa volontà dell’avv. Ernesto Fortunato di non rivelare il nome dell’autore, infatti la memoria legale esce anonima - inquadra subito il personaggio: schivo, umile, modesto, semplice (sembra il ritratto qualificante di un contadino… ancora), informato a una regola che per lui diverrà ferrea “per quella invincibile repugnanza” che manifesterà “sempre a divulgare per le stampe scritti suoi”. La seconda, in tutta evidenza segno di un destino non tanto fatale quanto legato a doppio filo col proprio corredo cromosomico, sintetizza l’intero percorso esistenziale futuro di don Ernesto che, nel preciso momento in cui rende pubblica la predetta memoria legale, è già, se non col pensiero di certo in spirito, predisposto a un sovvertimento totale della propria condizione.



Il territorio per il quale il Comune di Lavello richiede l’uso civico è il “feudo” di Gaudiano. Come afferrato da improvviso raptus, il giovane avvocato vi si trasferisce. Non ha che ventidue anni, una carriera appena dischiusasi dinanzi a sé, una capacità professionale che ha già avuto modo di manifestarsi mettendo in evidenza abilità nella investigazione documentale, qualità d’ingegno, “conoscenza e competenza della materia feudale e demaniale” decisamente ampie e approfondite. Eppure Ernesto Fortunato libera il diploma dalla cornice, lo arrotola e se ne parte alla volta di Gaudiano, a rendere pienamente operanti quegli stessi usi civici pretesi dalla municipalità di Lavello.

La precisazione che segue non sembri arbitraria, anzi assume carattere di indispensabilità: non si creda che l’ex-feudo di Gaudiano alletti il giovanissimo Ernesto per presentarsi simile a un Eden. Anzi, è la negazione più totale di un paradiso terrestre. Chi lo sente nominare lo definisce “pestifero”. Chi lo conosce ne fa un quadro di desolazione e abbandono: non una costruzione, un albero, non un filo d’acqua apparentemente utilizzabile, pur con l’Ofanto vicino il quale, più che fiume, è torrente poco affidabile. E poi, cosa vuol dire vicino. Anche se la distanza si aggira intorno ai cinque chilometri, siamo sempre nel 1873 e la Puglia, tanto per esemplificare, ha appena iniziato la sua ultracinquantennale lotta per riuscire a ottenere i benefici di un acquedotto.

A farla breve, il giovane professionista viene irresistibilmente attratto da una sterminata pianura riarsa che chiamandosi deserto non incuterebbe tanti timori e non susciterebbe tante preoccupazioni per chi voglia mettervi mano. Per di più è tremendamente malarica. L’anòfele vi regna e spadroneggia, regina incontrastata. A questo punto, l’interrogativo è d’obbligo: a guidarlo sono i geni di un ceppo originario trasmigrato nel Vulture appositamente per dare vita a un’attività agricola, da sempre legato alla terra, che nella terra sola vede una ragione di vita, uno scopo esistenziale e da essa sola si attenda quanto l’umana specie sia restìa a dare, pur con tutte le batoste che l’agricoltura è capace di regalare? Oppure altre ragioni, altre motivazioni sollecitano il giovane ad abbandonare la promettente carriera di avvocato e andare a ritirarsi, si fa per dire, in campagna?

In verità, qualcuno adombra l’ipotesi che don Ernesto sia rimasto scosso da una sorta di tracollo delle ricchezze familiari vessate dai continui taglieggiamenti subiti nel corso degli anni del brigantaggio. Pur essendo stata, la famiglia Fortunato, una delle colonne portanti delle lotte politiche degli anni 1860-61 contro il nuovo “padrone” calato dal Piemonte e insediatosi al posto del Borbone e, come tale, punto d'appoggio di un “certo” Carmine Crocco, brigante fra i più famosi e agguerriti, che ha espressamente fatto evadere dal bagno penale di Cerignola; tuttavia non è rimasta immune dall’arroganza della successiva nuova banditaglia che, fino a qualche anno prima della famosa decisione di don Ernesto, ha spadroneggiato nelle terre di famiglia danneggiando con particolare cura le “fiorenti industrie armentizie”.

Favorite (quale controsenso!) dal mancato miglioramento delle condizioni dei contadini e dalla non applicazione di provvidenze atte a mitigare il malessere sociale delle campagne - azioni previste dalla legislazione eccezionale del 1863 (legge Pica e leggi del '64) susseguente ai lavori della appositamente istituita Commissione Parlamentare d’Inchiesta - le operazioni brigantesche, secondo taluno, avrebbero messo in ginocchio i Fortunato e deciso Ernesto a rinsanguarne il patrimonio. Non partendo dagli ormai consolidati insediamenti vulturini della famiglia, bensì iniziando di sana pianta in un territorio malarico, desertico, inospitale.

Vien da chiedersi: non sarebbe stato più agevole contribuire al risollevarsi delle condizioni familiari restando nell’avvocatura e traendo da questa il necessario per conseguire un così lodevole obiettivo? Ormai, col 1870, il brigantaggio si è di molto attenuato, può dirsi quasi scomparso, quindi è possibile riprendere a sperare e tentare di nuovo dando, come si dice, una mano alla baracca col proprio avviato lavoro affacciato su un radioso avvenire. Invece no, don Ernestino la pensa esattamente all’opposto. Spirito libero, incapace di sopportare le camarille con le quali entra ovviamente in contatto, aperto oppositore di politica e soprattutto politicanti, schivo di “ogni forma di vanità, di titoli, di funzioni” (rifiuterà, a più riprese: il Cavalierato del Lavoro, il Commissariato del Banco di Napoli, il Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie e, tanto per gradire, il Senato del Regno!), con atto coraggioso preferisce a tribunali e arringhe, cause e liti, toga e tocco, i più ampi spazi della natura. E coraggio, tanto, deve adesso dimostrare nel voler trasformare la plaga di Gaudiano in qualcosa di vivibile.

Posta al confine tra Lucania e Puglia, quasi a cavallo di tre province (Potenza, Foggia, Bari) e a metà strada, più o meno, tra l’Ofanto e il suo affluente Lacone, l’inospitale territorio accoglie il temerario in una costruzione abbandonata. Come resistere alla tentazione di riferire tutto e subito!? E difatti non resistiamo. “E’ tutta un’armonica realizzazione del sogno di Faust” scriverà Giuseppe de Lorenzo, estasiato di fronte alla “tenuta” di Gaudiano: i tremila ettari di una plaga, come l’abbiamo definita con disprezzo, infernale e malsana sono diventati un paradiso. Abitazioni per il bracciantato - che non dovrà aspettare di ringraziare Giuseppe Di Vittorio - dappertutto.

L’arida, melanconica, malefica pianura, totalmente appoderata. Distese a perdita d’occhio di oliveti, mandorleti, vigneti, pascoli. Acqua in gran quantità, da bere e per irrigazione, rubata con parsimonia e oculatezza a due inutili, ma non per Ernesto Fortunato, ruscelletti, il Lampeggiano e il Gaudiano. Infrastrutture e sovrastrutture, come le chiameremmo oggi, a tutelare padrone e contadini. Padrone? Come credere a così feudale terminologia, quando i suoi lavoranti gli si rivolgono qualificandolo “è più buono del sole d’inverno”! E poi fienili, strade a servire i poderi, magazzini, steccati. E animali, “tori superbi (di razza autoctona; nda) e vacche candide, annitrenti cavalle e placidi bovi”, che già due anni dopo il gran gesto, il 1875, partecipano ai vari concorsi di bestiame gareggiando, come a Portici, con rappresentanti di allevamenti ben più attrezzati, quali l'Aquilecchia di Melfi e il de Martinis di Atella.

Un miracolo, un’oasi in un Sud martoriato dalla incapacità imprenditoriale di proprietari terrieri che “usano disperdere negli ozi cittadini le ricchezze” originate dal sudore di contadini mal pagati, mal nutriti, schiavizzati. Mentre invece Ernesto Fortunato è con loro, tra di loro, da mattino a sera, in estate e inverno. Li cura quando s’ammalano, li rabbonisce e li fa lavorare (come i “ribelli e violenti” braccianti di Minervino, che con lui diventano agnelli), soprattutto li paga. E adeguatamente. Li sfama. E non distribuendo loro pane sciapo, come d’abitudine, per farne consumare di meno, duro, nero e sovente avariato. No, pane bianco, saporito, lo stesso della sua mensa, che per il contadino di fine Ottocento costituisce “dolce squisita invidiata leccornia”.

Nei campi di grano si muovono e agiscono macchine aratrici e attrezzature mietitrici che giungono direttamente dall'America. E accanto alle tecnologie avanzate, di pari passo si muove la “sua” tecnologia. Sperimenta, innesta, crea varietà, s’ingegna a inventare incroci di animali ottenendone di bellissimi, instancabile, imperturbabile, amato da generazioni di contadini.

Sfiora il mezzo secolo l’incredibile attività di quest’uomo, capace di creare dal nulla, è il caso di dirlo, un monumento agricolo di avvedutezza, intelligenza, caparbietà, ostinazione. Indefesso lottatore, contro ogni avversità e credenza, a fronte dell’abissale insipienza degli altri proprietari terrieri, stolidamente saldi nell'errore di pensare che quel tipo di terreno sia adatto solamente alla cerealicoltura. Mentre lui dimostra, a esuberanza, che il segreto della terra e di colui che l'ami è nella varietà delle colture, negli avvicendamenti atti a concederle riposo e nel contempo permetterle di rinvigorirsi, nella combinazione differenziata delle varie destinazioni: l’ulivo con la vigna, il mandorlo con l’ulivo, la coltura arborea con la coltura dei cereali. Il tutto armonizzato in un disegno che all’epoca appare avveniristico, frutto di mente insana, eppure destinato a costruire nel tempo un nuovo modello di azienda agricola in grado di vanificare la crisi economica di fine ’800, le asprezze della natura e di sconfiggere arroganza e ignoranza, insieme, degli uomini.

Superando, forse, se stesso, ma non la morte, che lo coglie settantenne fra lo sg.omento generale e le memorie che sin dal giorno successivo cominceranno a prendere corpo per la creazione di un mito.




©2009 Piero Giannini




Le immagini tratte dal sito web: http://www.basilicata.cc/lucania/lavello/index0.htm#7













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