LA MEMORIA DIMENTICATA


Sei in: Mondi medievali ® La memoria dimenticata. Microstorie

a cura di Teresa Maria Rauzino

Statistiche

SAN GIOVANNI DA MATERA, APOSTOLO DEL SUD ITALIA

Autore: Piero Giannini
Commentare: 27.06.2009 17:13




Nascosta nelle pieghe di un’anima votata a ben più mistiche e trascendenti mete, una incontrollabile energia s’insinua nelle viscere come verme solitario (e non si ricerchi irriverenza nella similitudine) in grado di assorbirgli e annullargli totalmente la voglia di un’esistenza dalla quotidianità troppo abitudinaria, scontata e ovvia, mutuandogliela in una irrefrenabile ricerca del divino, del metafisico, del trascendente appunto

Quando un moto dì curiosità ci ha portato a calcolare il tempo trascorso - 2009 meno 1139 - ci siamo subito chiesti se 70 anni fa, nel 1939 cioè, qualcuno si sia ricordato di festeggiare o almeno rinnovare nella memoria dei Materani l’Ottavo Centenario della morte dì uno dei suoi figli più insigni. Un Santo, addirittura: San Giovanni di Matera, morto appunto nel giugno del 1139. Forse, ci siamo detti, coi venti di guerra che spiravano al tempo sarà stato difficile che qualche studioso se ne sia rammentato. E invece, scartabellando tra le varie fonti d’informazione di cui disponiamo, abbiamo scoperto che effettivamente il 1938 viene edito, giusto per l’occasione, un “Nell’ottavo centenario di un Apostolo dell’Italia Meridionale” ad opera di Tommaso D. Leccisotti. L’occasione era troppo ghiotta per potersene dimenticare.

Grande onore e vanto, per una città, avere un Santo tutto suo. Non ve ne sono tante che possano godere di una situazione di vantaggio così superba nei confronti di altri paesi. Anche se taluno tenti di appropriarsene, le storie sono fin troppo note per poter ciurlare nel manico. San Nicola di Bari, il primo che ci viene in mente, a esempio. Chi non conosce che il Taumaturgo sia di Myra! Lo stesso Sant’Ambrogio, da tutti reputato milanese, è invece della tedesca Treviri. Il nostro San Giovanni no, è proprio di Matera. Per di più, di una fra le più antiche, nobili e traboccanti di storia, famiglie materane: gli Scalcione o Scalzone, o de’ Scalzonibus e anche, più semplicemente, Scalzonibus o Scalzonis. Ne individuiamo uno degli esponenti più rappresentativi, dopo Giovanni chiaramente, in quel Tuccio che più di tre secoli dopo, il 1481, ospiterà nel proprio fastoso palazzo il re di Napoli, Ferdinando (o Ferrante) I d’Aragona, che sceglie Matera quale sede logistica delle operazioni militari da portare contro i Turchi, i quali hanno da poco conquistato e occupato, dopo barbaro eccidio, la pugliese Otranto.

Giovanni nasce quindi negli agi di una stirpe benestante e cresce fra le ovattate pareti di una famiglia che può aprirgli ogni porta e offrirgli tutto. L’anno è contrastato, ancorché ignoto. C’è chi lo individui nel decennio 1070-1080 e chi riesca a precisarlo alquanto parlando di un’epoca intorno al 1083. Si conosce, tuttavia, il genere di educazione che gli viene impartita: quella tutta clericale dei monaci benedettini di Santa Maria de Armis, che sicuramente avrà il suo peso nelle future decisioni del giovane, non tanto comunque da esserne considerata causa scatenante. Come addossarle, invero, ogni responsabilità circa la sua ispirata determinazione di spogliarsi totalmente dei propri beni; di rinunciarvi in blocco; di dare un taglio netto alle comodità inequivocabili di un’esistenza condotta all’insegna del tutto a portata di mano, agevole e facilmente ottenibile; di smettere gli abiti - sia metaforicamente sia materialmente - della persona agiata e priva di problemi; se non ci fosse dietro, nascosta nelle pieghe di un’anima votata a ben più mistiche e trascendenti mete, una incontrollabile energia insinuatasi nelle viscere come verme solitario (e non si ricerchi irriverenza nella similitudine) in grado di assorbirgli completamente la voglia di un’esistenza dalla quotidianità troppo abitudinaria, scontata e ovvia, mutuandogliela in una irrefrenabile ricerca del divino, del metafisico, del trascendente appunto?

A diciotto anni, Giovanni de’ Scalzonibus abbandona parenti, lusso, sicurezze di un mondo programmato su basi ormai fondate dalle ricche tradizioni, smette le sontuose vesti, si ricopre di cenci e si allontana da Matera. Ha inizio un’esistenza punteggiata di peregrinazioni e penitenze, odii e invidie, accuse pericolose e rischi mortali. Cui fanno da contraltare il sempre più profondo misticismo dell’anima, la facilità di raccogliere intorno a sé convinti seguaci, la costruzione di abazie e l’istituzione di un’ordine religioso. Non mancheranno, chiaramente, né visioni, né tanto meno miracoli.

Il primo periodo, comunque, è improntato alla sola penitenza. Da Matera si porta in un cenobio basiliano - siamo d’altronde in piena epoca monastica - insediato sull’isolotto di San Pietro, di fronte alla città di Taranto. Qui trova ricovero e cibo. Basta che “paghi”. Baratta allora un modesto paglìericcio e una scodella di minestra offrendosi come guardiano dì pecore. Ovvio che i monaci non sanno con chi abbiano a che fare. Perciò i maltrattamenti sono all’ordine del giorno. Affermare che sia questo quanto egli si attenda, sarebbe esaltarne la sfumatura masochistica. Il personaggio invece non lo merita, in quanto il nuovo modo di condurre l’esistenza se l’è cercato e voluto semplicemente per espiare i mali del mondo e addossarsene colpe e responsabilità. Vogliamo cioè dire che la ricerca della sofferenza non è per lui fine a se stessa, ma angosciato desiderio di mediazione fra l’umano, incorreggibile… testardo… reo, e il divino, mortificato… calpestato… ignorato.

Nulla opera per lenire le pene di un’esistenza misera e grama, o per rendere meno duro il trattamento di cui è cosciente oggetto. Ogni sua aspirazione è volta a far sì che il corpo subisca i castighi più tremendi, affinchè l’anima possa “liberarsi” e librarsi così al di sopra dell’umana vanità. In tale condizione trascorre lunghi anni nel convento di San Pietro finché, un bel giorno, s’imbarca. Non ritenendosi ancora pronto e spiritualmente corazzato ad affrontare il mondo, le sue brutture, i suoi vizi, approda in Calabria. Pellegrino fra le aspre montuosità della regione, passa in Sicilia. Sceglie, come ricovero alla propria formazione ascetica e sede di un intenso periodo di vita contemplativa, un inaccessibile eremo. Il distacco dal mondo esterno è totale. Nulla di più agevole per chi sia riuscito a troncare il cordone ombelicale della famiglia. Sicuramente rimane due anni almeno in completo, assoluto isolamento. Gli sono compagne soltanto la natura circostante - che lo rifornisce del tanto sufficiente a sopravvivere: erbe e amari fichi secchi in particolare, - le puntuali giornaliere penitenze e la preghiera. Intima, sentita, viscerale, chiave di volta di tutto un universo costruito su una scelta di vita ben precisa. E l’ostinazione a perseverare sulla strada ormai concretamente segnata e accettata con ogni suo risvolto, soprattutto negativo.

E’ la preghiera dunque, questo tramite, questo mezzo di avvicinamente alla divinità, sicuro per chi ad essa si affidi convinto, il valido “strumento” che gli permette di credere in quanto stia facendo, fornendogli le energie mentali per continuare a credere e rendendolo sempre più forte, più preparato, più consapevole della propria esistenza da dedicare per intero, ormai, al suo Signore. E’ il rivolgerGlisi continuo, costante, ininterrotto, a concedergli la forza necessaria - divenuta gradualmente indispensabile - a superare l’asprezza delle penitenze, la loro allucinante durezza, di fronte alle quali non intende cedere, demordere dai suoi intendimenti, anzi intensifica per consolidare maggiormente il bisogno di spiritualità e immanenza, in un “selvaggio gioco” di rincorsa di se medesimo e ricerca dei più profondi sedimenti del proprio essere.

Arriva così il tempo di tirare le somme e finalmente, un giorno d’ispirazione, metabolizza di sentirsi pronto. Lascia l’isolamento dell’eremo, abbandona gli aspri luoghi divenuti ormai familiari e torna a imbarcarsi. C’è chi parli di “misterioso impulso”. V’è di certo che i venti del Mediterraneo lo riportano a respirare l’aria di casa e... della famiglia. Strane coincidenze. L’approdo avviene infatti nella tarantina Ginosa. E qui, guarda caso, sono sfollati i genitori per allontanarsi dal teatro delle guerre che vedono i Normanni alla ricerca di gloria, più che altro di un potere da rafforzare. Le cronache riferiscono di un Giovanni “sconosciuto a’ suoi parenti”, della cui presenza tuttavia, nell’ennesimo eremo che si è eletto nelle vicinanze, si cominciano ad avvertire gli effetti.

Attratti dalla vita di penitenza che quell’uomo venuto da lontano, eppure originario della zona, conduce a due passi da loro, alcuni giovani non possono fare a meno di seguirne l’esempio. Prima uno, poi più, quindi in parecchi prendono a imitarne la santa esistenza di raccoglimento e preghiera. Per Giovanni è il segnale della svolta, del cambiamento: ora sa dove lo porta il futuro e come affrontarlo. Chiuso il periodo del totale isolamento, durante il quale ha maturato la cognizione di aver raggiunto la piena coscienza di sé, ne inaugura uno successivo di apertura al mondo. Per il momento, solo quel mondo che ne accetti le regole, tanto quanto lui sia in grado di accettare le penitenze dell’altro mondo, quello che vede in uomini come Giovanni uno strumento di destabilizzazione del potere.

E l’evento mistificante accade, puntuale, quando Giovanni si vede costretto a tirar su alla bell’e meglio un “romitorio”, più che un convento, per coloro che intendano dividerne le ore di preghiera ed eremitaggio. La religiosità diffusa a piene mani da quell’uomo intorno a sé e il carisma che la spiritualità del personaggio sta incrementando fra la popolazione, muovono il feudatario della zona a pericolosi sentimenti di gelosia e invidia. Prima strisciante, poi sempre più gonfia di odio, la persecuzione inizia a procurare giorni difficili al materano. Fino a esplodere, empia e risolutiva almeno nelle intenzioni, con la sua incarcerazione. Il capo d’imputazione può essere facilmente intuibile: sobillazione. Giorni di novello eremo, forzato questa volta, si presentano per Giovanni. Anche questi trascorsi nella preghiera e nella piena accettazione degli avvenimenti. Quindi, un autentico prodigio - ancora un segnale, nella circostanza ben più preciso - gli permette di evadere. Se il mondo laico, civile, secolare, dimostra la propria debolezza col manifestare paura di lui, lui farà paura al mondo.

Allontanatosi da Ginosa e dai suoi amati “figli” e confratelli, si dà a lunghi pellegrinaggi in terra pugliese. Nel frattempo non perde occasione di catechizzare e redarguire, implorare e minacciare, consigliare e ordinare, in ogni predicazione si trovi a operare e in qualunque luogo lo portino gli erranti passi. La fama del “sant’uomo” comincia a precederlo. L’ apostolo di Cristo non risparmia nessuno. Laici o ecclesiastici, tutti cadono sotto anatemi e strali della sua parola che fustiga, pronta e diretta, costumi corrotti ed esistenze che ignorino la divinità. A Bari raggiunge la vetta della irruenza predicatoria e parallelamente il culmine del rischio. Lo prendono, lo accusano di eresia, stanno per bruciarlo vivo. Lo salva soltanto l’intervento del cmandante della piazza, Grimoaldo Alferanite. L’aria decisamente non buona che tira in Terra di Bari lo spinge a trovare rifugio sul Gargano.

Al tempo il promontorio è luogo di pellegrinaggio affollato ed estremamente importante, fulcro di ogni operazione polìtica e militare. E’ qui che un secolo prima Melo da Bari ha trovato il manipolo di Normanni da assoldare e lanciare contro i Bizantini. E’ da qui che passano e passeranno tutti i prìncipi, i sovrani, i capitani di ventura nella vigilia delle partenze per le Sante Crociate: dal Santuario di S. Michele Arcangelo, che fa della “montagna del sole” il Monte dell’Angelo, centro pertanto di grande spiritualità. Non può, a maggior ragione, andarne esente proprio il “sant’uomo”.

Già, il sant’uomo. Il suo cammino, infatti, comincia a costellarsi di miracoli. Ciechi che riacquistano la vista, storpi pronti a riprendere l’uso delle gambe, malati in punto di morte improvvisamente risanati e morti resuscitati. La popolarità, sempre rifiutata e con angoscia vissuta, non scalfisce affatto il modo di continuare a vivere le sue giornate, anche perché soccorso dalla fulminea visione della Madonna, ultimo e più notevole fra i segnali giunti a Giovanni da Matera, capace di non fargli smarrire l’obiettivo che la Vergine gli ha indicato: costruire un cenobio nelle infernali forre che fendono il promontorio sotto Monte Sant’Angelo, verso Manfredonia, allora solo Siponto. Vi si porta. Trova i ruderi dell’antico monastero di S. Gregorio. Su di essi ne innalza alla buona un altro. Dal tempo e dal richiamo dell’alone di santità che circonda il fondatore, destinato a diventare la Badia di Santa Maria di Pulsano e assumere rapidamente funzioni di primo piano
nella vita monastica meridionale.

Non è ancora terminato il “romitorio”, che sul margine dell’impervia valletta, in una delle zone più aride, aspre e orride del Gargano, appaiono le sagome di sei giovani uomini. Sono i seguaci che nella visione gli sono stati preannunciati e promessi. I primi... ma di una lunga serie. Non trascorre che qualche mese, e già salgono a cinquanta. La suadente parola di colui che ha già varcato ogni confine giunge precisa e densa di significati anche a chi non voglia ascoltarla. Giovanni da Matera diventa guida e maestro di gente in tutta evidenza assetata di fede, che finalmente trova in lui un’ancora di salvezza e attraverso il suo esempio e i suoi insegnamenti riesce a dare un senso alla propria esistenza.

Ben presto, i seguaci di Giovanni, da tutti – chiesa compresa, nella persona del Vescovo - considerato e chiamato Santo, raggiungono un numero talmente elevato da costringerlo a fondare altri conventi, ovunque lo chiami il bisogno di quella fede che vede in lui il depositario più appassionato e schietto. I “Pulsanesi”, l’ordine benedettino da lui creato, si diffondono di bianco vestiti per tutto il centro-meridione italico, varcando l’Adriatico fino all’isoletta di Melita, di fronte alla costa croata, anche dopo la scomparsa del religioso.

Il 20 giugno 1139, San Giovanni da Matera affida la propria anima nelle mani di chi sempre l’ha guidato e abbandona il proprio corpo in una delle Abazie da lui fondate, la foggiana San Giacomo.





©2009 Piero Giannini
























Link permanente
XHTML 1.0 Strict PHP CSS
Ora locale: 29.07.2010 14:41 GMT
Powered by foggia web - Proprieta' di Microstorie.net © 2008. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza il consenso dell'autore.